RAMIFICAZIONI

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Evelina Cornelii – Belluno! Bruciano i monti! Belluno, sede di un nucleo elicotteri ex CFS! Anche il reparto di Belluno rottamato! Come tutto il CFS! A Belluno prestavano servizio piloti e tecnici operativi in antincendio boschivo! Sempre presente in base un AB412 dotato di gancio baricentrico necessario per le operazioni di antincendio e trasporto materiali! Il personale è stato smembrato, distribuito in modo irrazionale tra CC e VVF! La base non più operativa per questo tipo di emergenze. VERGOGNA
P.s. non raccontateci la favola del…..è intervenuto l’elicottero dei VVF di Venezia! Sarebbe intervenuto lo stesso e gli elicotteri sarebbero stati due! La somma delle “nuove parti” è , nel risultato ottenibile, sempre inferiore del vecchio efficiente, “insieme”! ANCORA VERGOGNA

V.R. – Italia 2018. Un Forestale bada agli incendi badando a non farsi scoprire. Osserva, sa perfettamente ciò che si dovrebbe fare ma vede altri fare l’esatto contrario. Vorrebbe dare consigli ma non può. Quindi, mentre vede intere montagne bruciare, non può far nulla per evitare il travaso di bile.

Tamara Panciera – Abitare in mezzo ad un bosco, dove vivo da 30 anni, ti dà la misura spaventosa dei cambiamenti climatici in atto. In questa giornata surreale in cui tutto sembra perduto( le bombe d’acqua e le raffiche di vento sono impressionanti) il mio pensiero va ovviamente anche agli animali del bosco, esposti, vittime, del fuoco tre giorni fa, ora dell’acqua incessante. Non hanno alcun riparo, in un mese sopra casa mia sono stati tagliati centinaia di abeti, alberi che sono in grado di ripararli, in parte. Stamattina, dopo una notte di pioggia, li ho visti brucare l’erba, di fretta, il pelo bombo d’acqua, sembravano straniti, forse perfettamente consapevoli che tutto sta precipitando.   Non vedo lepri da quando è passato l’uragano, anche il concerto di uccellini si è molto ridotto, inoltre non dimenticherò mai lo sguardo perso di quel cervo che ho incontrato la mattina dopo la bufera, nel bosco. Ora parte il grosso della caccia a femmine e piccoli. E’ un pensiero intollerabile.

Mauro Cheli – Occorre fare le sistemazioni montane….occorre fare le briglie che servono, nei torrenti di Montagna…… occorre fare i rimboschimenti con specie forestali indigene con apparato radicale fittonante e resistente….le piante che, con l’età perdono questa caratteristica e l’apparato radicale invece diventa superficiale e debole, non devono essere piantate anche se talvolta, ragioni commerciali lo vorrebbero. Occorre la gente in Montagna a curare il territorio. Occorrono urgentemente operai forestali specializzati in numero sufficiente a curare la Montagna in aree di Demanio Regionale e/o Statale. Occorre restituire alla Montagna la dignità che Le è stata tolta dal cinismo prepotente degli ultimi anni. I discorsi, è proprio il caso di dire, li porta via il vento…. altrimenti saremmo di nuovo a piangere le vittime di tante tragedie che potevano, in tanti casi, essere evitate….. occorre previsione e prevenzione e occorre conoscere e rispettare le dinamiche della Natura……..

Cristiano Manni – il Corpo forestale rimboschiva i versanti e tutelava i boschi e i fiumi, applicando le norme di polizia (non pulizia) idraulica. I fiumi venivano dragati per estrarre sabbia e alimentare l’economia edilizia, la speculazione e l’abusivismo. Tutto grazie agli interessi mafiosi e agli stolti che credevano alle storielle positiviste dell’uomo padrone del giardino dell’Eden. Che poi questi misconcetti siano diffuso anche tra chi opera o operava nel CFS, la dice lunga sulla gravità dell’approccio culturale al problema. Non si dimentichi il motto PRO NATURA (NE PRO HOMINIBUS) OPUS ET VIGILANTIA
Esiste un quadro normativo molto frammentato, ma per quanto riguarda gli interventi sui fiumi la norma di riferimento è il DPR 14/04/1993. Quasi tutti lo ignorano, non solo chi esegue i lavori, ma anche tanti forestali. L’ho appurato in molte indagini. La pecca di tanti forestali è, piuttosto, una carenza culturale e deontologica. Io direi intanto di rispettare le leggi che ci sono, e di lavorare per migliorarle.
Le regioni hanno delle norme tecniche attuative di questo DPR. In Toscana, ad esempio, la DCRT 155/1997. Dicono cose ben chiare, basterebbe la loro applicazione, senza che ci si inventino interventi che non sono minimamente legali… Il problema, in questo ed in altri campi, compreso quello forestale, è il cd regime delle deroghe, che da interventi occasionali e mirati, applicabili a specifiche situazioni da documentare e motivare ampiamente, divengono la regola, il famoso codice de “così fan tutti ®”anche se sembra strano per il senso comune, gli alberi che cadono in alveo hanno un importantissimo ruolo, perché funzionano da vere e proprie briglie, qualora si dispongano trasversalmente al deflusso, oppure da vere e proprie difese di sponda, qualora si dispongano longitudinalmente. Questo almeno insegna l’idrologia integrata. Poi ci possono essere, e ci sono, situazioni che richiedono interventi diversi, più incisivi, ma in questo caso si devono fare progetti ad hoc.
Il fiume è come un elastico che tende a tornare alla sua posizione di equilibrio, data da profilo dell’alveo. Ogni allontanamento da questa situazione costringe il fiume a ricercarsi un assetto… E il fiume lo trova sempre, ovviamente, per quanto solide possano apparire le difese.
Gli antichi romani ritenevano i fiumi come divinità capricciose e irascibili, e rilasciavano delle vere e proprie foreste lungo lo sponde. Servivano da filtri, in modo che i tronchi non arrivassero ai ponti. E fare ponti allora era cosa seria: la più alta carica politica antica era il Pontefice Massimo, titolo che ha, per tradizione, conservato addirittura il Papa. Con tutti i soldi spesi per la “sicurezza idraulica” si sarebbero potuto rifare tutti i ponti a rischio. Ma la cultura dei ponti, in Italia, sappiamo qual è: essi vengono lasciati crollare, o vengono idealmente tagliati (e Salvini è un tagliatore, piuttosto che un costruttore di ponti), quindi il miliardo appena stanziato dal governo per il dissesto andrà probabilmente a finanziare i soliti interventi sbagliati, dannosi, per riparare danni altrui. Paghino le spese coloro che hanno edificato inopportunamente, o piegato il bosco a meri scopi produttivi. La collettività non può più sostenere i costi delle scelte sbagliate dei singoli o degli enti territoriali. Salvini ha detto dello “alberello che presenta il conto” e di un certo “ambientalismo da salotto”. Un discorso che, da un punto di vista sintattico e semiologico, è grosso modo a livello di 5a elementare. Ma non è questo, ahimè, il tragico. Siamo nell’ambito delle leggende metropolitane, pericolose perché la famosa aliquota “sigma” di stupidi, teorizzata dal prof. Mario Cipolla, ci crede. E le sinistre hanno fatto anche peggio.
1-l’alberello sulla riva è essenziale. Lo dice l’idrologia, ma anche la legge (DPR 14 aprile 1993).
2-gli ambientalisti non fanno le leggi, né scrivono gli atti amministrativi: fanno legittimamente le loro brave rimostranze politiche come tutti gli altri gruppi di interesse. Ringrazio Salvini. Grazie al gioco sporco (ma per fortuna maldestro) della Lega, è finalmente venuta a galla la grande speculazione che sta dietro ai fiumi…. Centinaia di Milioni (pubblici) di euro spesi ogni anno per aumentare il rischio idraulico, ignorando le leggi, tagliando alberi ripari e sagomando alvei.
Ed oggi che sono finiti gli alberi dei boschi ripari, per fare biomasse, ecco che si parte all’attacco di sabbia e ghiaia negli alvei.
La cosa incredibile è che l’italiano medio crede fermamente che si debba “ripulire” i fiumi (come crede che si debba tagliare il bosco, sennò muore). E l’italiano medio vota sempre di più Lega.
Mala tempora currunt.

Alessandro Conti – per dragare qui c’è gente che pensa che si debba portare via anche ghiaia dal fondo per abbassare il livello ed evitare che il fiume straripi. Purtroppo, come spesso capita, cavalcando l’onda dell’emotività, si pensa che continuare ad intervenire sulla natura per tamponare i danni fatti dall’uomo, per speculazione edilizia e piantagioni di colture redditizie, si risolva qualcosa. L’intervento nei fiumi non è propriamente opera da decidersi al bar dello sport dopo tre birre. Esistono secolo di studi di ingegneria idraulica che valutano cosa significhi dragare i fiumi. Pulire e dragare non sono sinonimi. Se gli abusi sanati ora hanno portato a questo, uniti agli abusi mai rilevati (o mai voluto rilevare), va anche tenuto conto della geniale operazione di taglio della spese della PA, che per la voce risparmio permettono di non spendere in una decina di anni un pulviscolo di quello che servirà per tentare di ripristinare i danni fatti in un giorno a causa di questi tagli. La lungimiranza e la disonestà umana hanno portato a ciò, l’ingegneria idraulica però è ben altra storia.

Alessandro Bottacci – Dopo secoli che le Scienze forestali hanno evidenziato la funzione fondamentale del bosco per la riduzione del dissesto idrogeologico, all’improvviso i forestali diventano tutti contro il bosco evoluto e in ogni dove pubblicizzano i tagli, tanto esaltati dal Testo unico Foreste e soprattutto dagli investitori nelle centrali a biomasse.
Io lo ritengo un grande e pericoloso fallimento della scuola forestale degli ultimi 30 anni, incapace di preparare tecnici attenti e idonei a gestire la complessità
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‎Erminio Il Montanaro‎ – Sento parlare di ripiantare gli abeti rossi sulle zone colpite dal vento… ma guardate che la vegetazione si riprende da se, già i boscaioli fanno danni entrando nelle foreste con mezzi pesanti (danneggiano le ife fungine tanto utili per la simbiosi delle radici),
La foresta è in grado benissimo di rigenerarsi senza nessun intervento umano!
IL suolo è già in situazione climax! (“Definizione classica di climax: stadio finale della successione progressiva costituito da una vegetazione durevole e stabile, condizionata principalmente dalla situazione climatica ed in equilibrio con il clima
Riguarda una situazione abbastanza teorica, verificabile come stadio finale di una serie mesarca (climatofila) in condizioni geomorfologiche con pendio lieve ed uniforme o in suolo pianeggiante di tipo idromorfo. Viene definito come climax climatico.
Oppure in modo più generale: vegetazione finale con struttura evoluta ma diversificata a seconda della situazione edafico –geomorfologica.
Anche il suolo deve passare attraverso vari stadi di pedogenesi fino a raggiungere la massima complessità ( climax edafici).
Il concetto di climax non va confuso con quello di vegetazione durevole; si denomina in questo modo la vegetazione (associazioni vegetali) di ambienti naturali in cui la serie dinamica progressiva rimane bloccata per svariati motivi in una fase più semplice rispetto a quella del climax possibile in quella zona e in quelle situazioni climatiche”).
Certo ci vorranno decine di anni ma l’intervento umano rallenta questo processo.
Sono millenni che questi fatti si susseguono!
Il suolo i funghi gli alberi formano un tutt’uno con le temperature la piovosita’ il tipo di roccia e questa simbiosi dura secoli e a volte millenni
Se conosci la natura saprai che ci sono insetti detritivori che si nutrono solo di legno marcescente e sono utilissimi al ciclo biologico della foresta
Per la lotta al bostrico sono funzionali le trappole ai feromoni o “alberi-trappola”

Sandro Baldi – d’accordo che il bosco si rigenera da solo… Ma in quanti secoli se non elimini le piante cadute? Prima che una di queste piante cadute marcisca e diventi terra passano almeno almeno 70 anni… (Non sono ramoscelli) passati questi ci vogliono almeno altri 100 anni ben che vada per vedere qualche alberello…(sicuramente non come ora) … Mentre se elimini le piante cadute e fai una bella pulizia in 40/50 anni hai già qualche pianta che cresce spontanea sana (non ammalata) e anche un po’ più forte ….

Enrico Rovelli – Fino ad ora ho evitato di commentare approfonditamente quello che è accaduto in Veneto ed in Trentino perché ero curioso di vedere fino a quale punto potesse arrivare la strumentalizzazione dell’evento per scopi meramente politici. Ora, che è passato un po’ di tempo dall’evento, mi sento di dire la mia. Premesso che l’evento meteo avvenuto è uno di quegli eventi con tempi di ritorno piuttosto lunghi, soprattutto nelle regioni Trentino e Veneto. In passato, di eventi simili ce ne sono stati a bizzeffe. Di schianti generalizzati se ne parla anche nei libri dell’Ottocento e, qualcuno, è anche documentato iconograficamente (es: Camaldoli). Per reperire informazioni sugli ultimi eventi catastrofici che hanno colpito le Alpi è sufficiente risalire a pochi decenni orsono: chi si ricorda della “tempesta del secolo” che colpì le Alpi Occidentali nel dicembre 1999 ? Oppure, quella del 1990 che spazzò via anche il 50% della foresta vergine di Derborence (Vallese, Svizzera) ? In entrambi gli eventi, se non ricordo male, furono misurate punte di venti di 200km/h ed anche allora i danni furono ingenti. A mio avviso, la differenza dell’ultimo evento con quelli passati risiede nel fatto che, questa volta, la differente configurazione barica, con centro sul Tirreno centro-occidentale (parziale Genova-low) ha spostato la direzione del flusso tempestoso da W/SW a S/SE. In soldoni, questo significa che il versante alpino interessato dalla tempesta cambia completamente. Se nei casi passati era il versante esterno a ricevere la maggior parte dell’energia eolica, in questo caso l’energia eolica si è scaricate sul nostro versante interno orientale, pienamente sopravvento alle correnti dominanti. Ad aggravare il tutto ci si è messa anche l’orografia, particolarmente favorevole all’accelerazione delle correnti (effetto Venturi), nonché la ripetuta formazione di celle temporalesche le quali, con i loro downburst, non hanno fatto altro che peggiorare un quadro già di per sé drammatico. Per ultimo, ma non da ultimo, il fatto che la stragrande maggioranza degli alberi delle foreste colpite non fosse in grado, strutturalmente parlando, di resistere a flussi eolici tanto violenti quanto costanti e questo NON perché fossero formazioni coetanee ma perché piante cresciute in condizioni di scarsa ventosità, su suoli molto ricchi, e quindi staticamente inette a sopportare sollecitazioni violente, e l’effetto domino, dilagante nei boschi crollati, ne è una parziale conferma. Le formazioni di quota non hanno subito danni evidenti o rilevanti e questo depone a favore della mia teoria. Tuttavia, sarebbe interessante andare a vedere lo stato dei cembri secolari in quota i quali, secondo me, non hanno riportato alcun danno. Non mi uccidete

Lazzaro Manlio Detti – A ciascuno il suo ambiente lavorativo per il benessere delle generazioni future. I forestali sono dei tecnici prima che Agenti e Ufficiali di PG !!!

Giovanni Bernabei – Il tecnicismo e le funzioni di PG sono inscindibili per la difesa della Natura e dell’ambiente. Il Corpo Forestale dello Stato deve ricominciare dove aveva lasciato il 2016 con le stesse prerogative e funzioni!

Alessio Santi – Per salvare la foresta la prima cosa e’ rimettere al suo posto il Corpo della Forestale … migliaia di uomini e donne che controllavano il rispetto della natura e dell’ambiente , la tutela del patrimonio boschivo e forestale nazionale che Renzi ha soppresso …chissà perché ?

Salvatore Parrino – forti di avere alle spalle un governo compiacente è stato fatto di tutto, ma proprio di tutto affinché dei due secoli di storia non rimanesse alcuna traccia. Figuriamoci a voler ricordare e festeggiare il 196 anno di vita di un corpo fatto a pezzettini sul quale si sono lanciati come gli avvoltoi su una preda indifesa, abbandonata anche da chi aveva l’obbligo di proteggerla. Non si può dimenticare che non appena era scattato il primo gennaio 2017, si è cercato di oscurare, nascondere tutto ciò che potesse ricordare il CFS.

Monia Guadagnoli – OPERAZIONE BOSCO SICURO. Operazione?!? Ma non si chiamava servizio di istituto? Ah, no.. quello era il CFS che faceva prevenzione in silenzio..
Valter Reali – Bosco sicuro è sinonimo di bosco militarizzato?
Rocco Raiti – Da ridere,se non fosse che viene da piangere,un lavoro certosino fatto giorno dopo giorno con il rispetto di chi sopravvive in montagna,presentato come un evento straordinario,una ruspa per schiacciare una formica,le teste di minchia non capiranno mai cosa vuol dire lavorare nel bosco
Carmine Aiello – I dati ufficiali dicono che i risultati sono aumentati però. Come mai?
Antonella Giordanelli – da 2 anni i forestali impiegano metà del loro orario di servizio in ufficio per disbrigare gli obblighi amministrativi: due/tre ore per richiedere autorizzazioni ad interventi esterni e al rientro due ore per relazionare e compilare statistiche, quindi ora rimane il breve tempo intermedio per l’operatività sul territorio… Adesso è importante SCRIVERE, NON FARE e adesso ogni poco è documentato sulla carta, mentre prima era testimoniato dalla terra…come dire CARTA CANTA E VILLAN DORME … intendendo il sonno del villano non necessariamente positivo.

Ninni Colletti – Purtroppo da quando non esiste più il C.F.S. il controllo rurale non esiste quasi più!!!

Max Draven – Esiste una regione italiana che si chiama Friuli Venezia Giulia. È vero che è una Regione a Statuto Speciale ma garantisco che le tasse le paga.
Esiste una zona in Friuli denominata Carnia ed è la zona montana. Da giorni questa zona è piegata dal maltempo. Ci sono stati fiumi esondati, ponti crollati, strade spaccate, tetti scoperchiati, alberi abbattuti e divelti.
Ci sono persone che da giorni sono senza acqua, luce, connessioni telefoniche.
Ci sono centinaia di volontari della Protezione Civile e del Soccorso Alpino, vigili del fuoco, addetti alle manutenzioni che lavorano ininterrottamente per ridare servizi, sotto la pioggia incessante che solo ieri ha dato tregua e oggi è ricominciata. A tutti loro va il nostro GRAZIE.
Ci sono sindaci che piangono per i danni subiti e nello stesso tempo si rimboccano le maniche per fare ricognizione dei danni e per gestire le emergenze, per parlare con la popolazione.
Ci sono persone che si aiutano con ciò che si ha e con ciò che si può perché, anche solo spostare una tegola caduta, fa la differenza.
Perché scrivo tutto questo papiro? Perché nessuno ne parla a livello nazionale e poco si è sentito.
Ancora una volta il nostro “fasin di besoi” ci contraddistingue!

Angelique Gagliolo – Un’alluvione e una tromba d’aria. Ecco cos’è successo in Carnia.
Tutto il resto è una conseguenza: strade e ponti crollati davanti ala forza rabbiosa della natura, alberi sradicati, boschi devastati, intere vallate isolate, senza corrente e senza telefoni per giorni.
Ma noi non ci lamentiamo, poteva andare peggio. E così, senza lamentarci, senza perderci in inutili polemiche, ci rimbocchiamo le maniche e ci diamo da fare, cerchiamo di arginare l’emergenza del momento e ci adattiamo ancora una volta alle dure prove a cui il nostro territorio ci sottopone. Noi ci siamo abituati: sappiamo che qui non è facile viverci in condizioni normali e siamo consapevoli di quanta forza riusciamo ad avere in condizioni straordinarie.
Non c’è la luce? Accendiamo le candele e acquistiamo generatori. Siamo isolati? Tanto dove vuoi andare con questo tempo, prendiamo la pala e paliamo il fango. Senza lamentarci e senza pretendere aiuto da altri.
Orgogliosamente friulani.
Siamo abituati a fare tutto da soli, a bastarci, ad aiutarci tra noi pochi.
I giornalisti qui non vengono perché non trovano persone che si lamentano per un nonnulla, che fanno scenate teatrali, che gridano all’abbandono per un’inezia, non trovano gente ferma a piangere su un albero caduto, sul frigorifero spento o davanti alla propria casa allagata. Trovano gente che non ha tempo da perdere, indaffarata, impegnata con motoseghe per tagliare l’albero caduto e con pale per cercare di ripristinare la viabilità.
Dopo butteremo via il cibo andato a male per la mancanza di corrente e conteremo i danni con il cuore a pezzi, ma più forti di prima. Come sempre.
Noi siamo un esempio di quello che si può essere e di quello che si può fare.
Ma chissà perché davanti a certi esempi è meglio girarsi di spalle.

Paolo Scarian‎ – Molti ci chiedono cosa sarà capitato ai selvatici durante le trombe d’aria qui in val di Fiemme.
Mi sono recato nel parco Paneveggio e sono salito fino al Rolle dove poi mi sono addentrato nella foresta dove dimorano i cervi. Sotto malga Bocche la potenza del vento ha colpito in modo drammatico
Se all ‘ interno di quella zona vi fossero stati dei cervi o altro , credo che la loro sopravvivenza sarebbe stata messa a dura prova. Ai bordi dei boschi in prossimità di Juribello ho visto un piccolo branco di cervi:
anche in questa zona il bosco a subito danni, addentrandosi nella foresta si notano diversi alberi caduti, ma gli animali in questo caso non dovrebbero aver subito grandi problemi, e vista l ‘ora in cui si è verificato il fenomeno molti di questi si saranno sicuramente trovati a pascolare in prossimità di radure se non nei pascoli alti. Poi dal furgone l’istantanea: una femmina di capriolo con il piccolo stanno percorrendo la strada che porta verso Paneveggio, in strada poiché ai lati e per le scarpate vi erano diversi ostacoli provocati dalla caduta delle piante.
Chiaramente in questi casi non bisogna stare troppo vicini e dare il tempo a questi animali di trovare il luogo giusto per ritornare nella foresta .
Il peggio per questi animali deve ancora venire, perciò sarebbe opportuno che tutti noi non ostacolassimo i loro spostamenti, evitando di entrare in zone che hanno subito molti schianti.

Lu Paer – Stamattina mi sono svegliata boccheggiante per un’ansia terribile dovuta al dietrofront di Zaia in merito allo stop della caccia in Veneto. Me li vedo, i leprotti sopravvissuti, privati del riparo delle loro tane allagate, braccati da più cani, altre vittime, e cacciatori, col cuore gonfio di terrore. Oggi i fucili si scateneranno più che mai per la tregua forzata di soli due giorni. E’ l’impellenza, il bisogno di uccidere. Infierire su chi è già in ginocchio è mostruoso, eppure chi lo fa vive in mezzo a noi, spesso con la tacita connivenza e omertà locali. Tuttavia, credo che ancora una volta, il cambiamento lo possano fare le donne, c’è troppo sostegno politico a questa lobby vergognosamente paraculata. La rivoluzione deve partire dal basso. Donne : se avete un cacciatore in casa sbattetelo fuori o, perlomeno, distratto dai fucili, fatelo cornuto, così gli date altro di cui occuparsi. Mio padre era cacciatore , ma allora tante cose non le sapevo, l’unica evidente brutalità che mi si parava davanti erano gli uccellini che rinchiudeva in minuscole gabbie e che puntualmente liberavo. Sono stata stupida troppo a lungo, e di questo mi dispiaccio. Ora non abbiamo più scusanti: i media che contrastano una stampa sovente di parte, sono in grado di fornirci tutte le informazioni che vogliamo, e di aprirci gli occhi.

Andrea Zanoni – DOPO L’URAGANO SI TORNA A SPARARE NELLE FORESTE RASE AL SUOLO. La legge prevede che il presidente di una regione vieti la caccia “per importanti e motivate ragioni connesse alla consistenza faunistica o per sopravvenute particolari condizioni ambientali, stagionali o climatiche o per malattie o altre calamità.” Perciò credo che Zaia abbia violato la legge dando in pasto ai pseudo “amanti della natura” i pochi #animali scampati al disastro. La ritengo una cosa poco etica e umana, come si fa a permettere di cacciare in zone come queste in contrasto con la legge?

Patrizia Abraxa Ferrari – L’industria delle armi …l’Italia è fra i maggiori produttori…così continuano,intoccabili, a seminare morte !

 

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APPARTENENZA

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Michele Sanvico – E ora che tutto è praticamente finito, che il cemento è stato ormai gettato, che il “Deltaplano” a Castelluccio di Norcia è stato effettivamente costruito, al di là di ogni ragionevole buon senso, senza prendere in considerazione alcuna voce contraria; ora che la stagione, lassù a Castelluccio, è praticamente terminata, con gli ultimi turisti che si attardano tra le bellezze del Pian Grande, incalzati però ormai dai primi freddi e dalle nebbie che già calano dalle montagne, riempiendo l’enorme pianura, ogni mattina, di un gelido manto bianco; ora che nessuno potrà più fare nulla per fermare l’incongrua assurdità edificata in vista di quello straordinario paesaggio, regno di colli erbosi e torreggianti montagne, né si potrà più essere accusati di voler trafiggere vilmente i terremotati alle spalle, propagando dal proprio casalingo divano false e infondate notizie; ora che quel “Deltaplano” siede effettivamente lì, sul colle di Castelluccio, con i suoi tre corpi di fabbrica che risplendono al sole come le vetrine di un concessionario di automobili che sia stato sradicato, con mano sicura, da una delle nostre periferie urbane, e trapiantato senza preavviso alcuno tra l’erba e il vento che regnavano incontrastati sotto l’occhio corrucciato del Monte Vettore…
… Ora che tutto questo ha avuto luogo, ci resta una sola domanda. Perché?
Perché effettuare questa operazione, così palesemente sconcertante, quasi delirante in un tale contesto paesaggistico e ambientale, giunto fino a noi, nei secoli, praticamente intatto, e così prezioso e unico da costituire motivo di affascinata attrazione per schiere innumerevoli di turisti, ammaliati proprio dall’incontaminata bellezza della distesa ondeggiante di prati, incorniciata da colli e montagne i cui profili sembrano tracciati col pennello – profili oggi interrotti, disturbati, come da un fastidioso moscone, dai montanti verticali e metallici, dalle vetrate, dai parcheggi di una struttura il cui stile è indistinguibile da quello di una piscina comunale coperta al Tuscolano o di una galleria commerciale alla Bovisa?

Antonella Giordanelli – L’impassibile maggiordomo in guanti bianchi allarga le braccia al cielo ululando sguaiato in un sgangherato salto, il bimbino scalcia contro i possenti stinchi paterni per contrastare il variopinto corteo imposto e sfuggire fino in seno alla contrada natale, la settimana insonne in vicolo del casato condiviso con la vittoriosa Aquila per aver preso casa nell’Onda: cartoline della mia prima partecipazione agostana all’esaltante unicità che corrispondeva il nome universalmente conosciuto di Accademia Chigiana come sinonimo di Siena. Perfettamente in sintonia con gli strumentisti e i cantanti lirici dei cinque continenti convenuti a perfezionarsi musicalmente, m’impegnavo d’interpretare il linguaggio comunicativo dei senesi, a noi soggiornanti stranieri indifferenti ed ermetici a cominciare dall’indicazione per trovare palazzo Chigi “dov’è l’albero”… LO albero, l’unico albero presente in tutto il tessuto urbano. Eppure non mi sentii abusiva vestendo fortunosamente il biancoazzurro della più internazionalmente aperta delle contrade, tanto intellettuale quanto irrilevante agonisticamente, anzi, mi fu segno di riscossa quando, decenni dopo, nel mio anno terribilis l’Onda riscattò il titolo di “nonna e vinse il Palio. Sbaglia chi paragona la “carriera” alle altre giostre, poiché non v’è nessuna speculazione turistica che anzi l’identità dei cittadini è data dall’esser contradaioli e se i proprietari delle case affittano le finestre che affacciano sul Campo, il senese prenderà posto nell’infocata piazza con ore d’anticipo per attendere l’arrivo dell’estenuante corteo storico e poi l’infinità ritualità in cui è il cavallo l’oggetto di culto tanto simbolico per quanto svalutato dalle compagnie assicuratrici. E’a lui che la sorte impone di portare, anche scosso via il cavaliere, i colori della contrada, è a lui che i contradaioli devono tributare cure ed onori. No il palio non è una delle carnevalate per richiamare americanati turisti e per riempir le casse esentasse di improvvidi ristoratori e per alimentare il mercimonio colluso di cavallari e veterinari immondi. No il palio è l’anima profonda e violenta di una città che riattualizza la sua rovinosa storia nell’affidarsi a mercenari che mostrano con la dritta aperta garanzia di professionalità nascondendo a manca sordida venalità amorale. Siena torni ai senesi, liberando i cavalli da fantini stranieri e prezzolati che cambiano città, cavallo e casacca tutto contrattando in illecite pratiche: dalla vittoria alla vita, indegni della nobiltà civica ed equina. Sia una irruente corsa di cavalli scossi !

Samanta Jain – Per l’Eid al adha musulmano vengono sgozzati, anche in Italia, centinaia di animali a morire lentamente per dissanguamento ancora coscienti. Chiunque al mondo di qualunque nazionalità, pagherá con lo stesso male per ogni azione violenta fatta a queste povere creature indifese. Nessun Dio immaginario vi salverá.
Si alla vita! No al sacrificio di eid al adha!
Mahavira era fortemente contro i rituali del sacrificio degli animali, attraverso l’uccisione di un animale con l’intento di gratificare e adorare dei e divinità, non solo non si ottiene grazia o vantaggio, ma l’evoluzione spirituale è ostacolata in quanto la moralità si può raggiungere solo con l’ impegno che uno mette nella sua vita. Nessuna divinità come tale avrebbe chiesto ai suoi fedeli la privazione della vita degli esseri viventi in cambio di un progresso spirituale. Uccidere è la causa del peccato più grande e non può salvare il peccatore.

LovePets – Il toro è ormai finito, il torero lo ha massacrato ed è agli ultimi respiri. Il cavallo, si rende conto che il toro sta morendo, si avvicina a lui e con infinita tenerezza strofina il suo muso su quello del toro

Salvina Inzana – Davanti alla Chiesa di via Arsia. Sembra dormire. Non ha ferite, gli occhietti serrati e la pelliccia è ancora lucida. Invece è stato ucciso, sicuramente da poco. Probabilmente a farlo morire è stato un potente ( provoca dolori lancinanti) topicida. Lo so. C’è chi li odia. C’è chi non li sopporta solo per via della coda lunga e sottile ( gli scoiattoli si salvano perché hanno una coda diversa?!?). Eppure sono animaletti, mammiferi come noi, intelligentissimi e genitori attenti e affettuosi. E anche loro esistono perché hanno un ruolo in questo mondo, nella biodiversita’ che noi umani, nel nostro delirio di onnipotenza, vorremmo forgiare a nostro piacimento. Pensatela un po’ come volete… ma io, guardando questo topolino, morto in mezzo al prato, ho provato una gran pena.

Mauro Cheli – Io devo molto al CFS. Senza aver lavorato per la mia amata e talvolta odiata Amministrazione non sarei quello che sono. Ho cercato di trasmettere a tutti, anche ai miei figli, l’amore per il Creato….non so se ci sono riuscito, ma ci ho provato. Il mio mestiere non si fa solo per lo stipendio, non riuscirebbe bene. Occorre sentirlo come una missione, come sentirsi obbligati moralmente a difendere la Natura e tutte le sue manifestazioni. Se lo si prende come un lavoro e basta, non si riesce a sentire interiormente quelle gratificazioni che sono indispensabili per essere stimolati a migliorarsi. È questa la cosa più brutta di tutta la faccenda della soppressione del CFS. Penso che sia così anche per i colleghi della Polizia Provinciale che hanno dovuto subìre un trattamento simile a quello che hanno riservato a noi. La logica dei numeri alti non dovrebbe condizionare chi deve controllare che il Creato venga salvaguardato. È più importante la previsione e la prevenzione…..e il dialogo con la gente di Montagna…..poi bisogna mostrare fermezza ed intransigenza con chi vuol fare il furbo…. questo sì….ma sarebbe importante concentrarsi bene su chi deve essere sanzionato perché lo merita…..e avere il tempo necessario a questo scopo….. è un lavoro delicato il nostro…..occorre equilibrio e conoscenza profonda delle dinamiche della Natura….. speriamo che il buon senso torni a regnare sotto il cielo azzurro della nostra amata Patria

Cettina Sirugo – SIRACUSA, restituito al suo maltrattatore: una “signora” russa che dichiara, davanti a noi Enti di Tutela, davanti ai carabinieri e al veterinario ASP, che “in tutto il mondo si fa così per educare un gatto”.
Questa la sorte toccata ad un micino di appena 4/5 mesi che ieri è stato strattonato con violenza, picchiato e immerso ripetutamente con la testa in mare dalla sua padrona, una russa che ha apertamente dichiarato che questi sono i metodi da lei usati per educarlo e per punirlo perché graffia il divano.
Ebbene, a parte il fatto che quando siamo arrivati ci hanno identificati quasi fossimo noi i delinquenti, dopo la farsa … art. 727 C.P. , dichiarato dal veterinario, ecc…, dopo le testimonianze di chi aveva visto (Tiziana Calì, che è stata aggredita dalla russa per aver tentato di salvare il gattino) e sentito al telefono ( la tizia ha detto ad Ilaria Fagotto che lei solitamente puniva il gatto immergendolo con la testa nell’acqua per educarlo a non graffiare il divano), i carabinieri non verbalizzano alcuna dichiarazione, si rifiutano di consegnarci copia dl verbale e, udite udite, arriva il verdetto: il magistrato ha disposto la restituzione all’aguzzina perché il micio non ha, da quanto dichiarato dal veterinario, lesioni fisiche.
COS’ALTRO VOGLIAMO AGGIUNGERE?
Magistrato Dragonetti, Lei è sicuro di aver garantito giustizia e fatto rispettare la legge?
Dottor Brunno, Lei è sicuro di aver esercitato la sua professione secondo deontologia?
RIFLESSIONE: L’INCIVILTA’ PROMANA DA CHI DOVREBBE DARE ESEMPIO DI CIVILTA’ E TUTELARE LE VITTIME DI INCIVILTA’

Alessandro Sahebi – Angela Rizzo è carabiniere in forza al comando provinciale di Firenze, lo stesso in cui prestavano servizio i due militari accusati di stupro da due studentesse americane. Angela sostiene che nel 2015 un maresciallo l’abbia molestata con palpeggiamenti, minacce e ritorsioni. Nel gennaio del 2017 il tribunale militare di Roma ha condannato l’accusato per “minaccia ad inferiore aggravata e continuata”, pena confermata in appello e in attesa di giudizio definitivo dalla Cassazione. In questi difficili mesi la donna ha raccontato il suo dramma alle telecamere di Presa Diretta e per questo è stato aperto un procedimento disciplinare contro di lei, per aver screditato il prestigio dell’Arma dei Carabinieri con alcune sue dichiarazioni. C’è tuttavia da aggiungere che il maresciallo accusato non è stato condannato per molestie sessuali perché nell’ordinamento militare, nonostante le continue richieste di riforma, non sono previsti i reati a sfondo sessuale.
Di tutta questa storia francamente c’è solo da chiedersi di che prestigio si stia discutendo.

Alessandro Bottacci – 15 ottobre 2018, ricorre il 196° anniversario di fomdazione del Corpo forestale dello Stato.
È il secondo anno che lo festeggiamo con il peso sul cuore di una legge ingiusta che ha privato l’Italia di un servizio che ha fatto tanto per questo Paese.
I Forestali veri ( non gli opportunisti che hanno già tratto vantaggio dalla.nuova situazione) lo celebrano con un combinato di tristezza e di speranza.
Anche la foresta spezzata dall’uragano piano piano torna ad essere rigogliosa.
Hanno provato e proveranno a tagliarci le radici con una freddezza cinica, ma il nostro cuore resterà per sempre verde.

Stefano Santoro – TAP una sintesi VERA: 1)da mesi ormai il cantiere e’ FERMO perche’ hanno seri problemi di natura ingegneristica (ricordo a tutti che il microtunnel vorrebbero farlo in una zona paludosa fatta di acqua, sabbia e cavità carsiche…dove dovrebbero passare 10 mld di mcubi l’anno…follia solo pensarci in un ambiente cosi’ instabile) 2) Nel tratto marino Albania Italia (con profondità di oltre 800 M) non hanno fatto 1 centimetro 3)Un pezzo di cantiere è SEQUESTRATO 4) C’e’ un’indagine della magistratura sull’aggiramento della Legge SEVESO…anche un ragazzino capirebbe cosa hanno fatto i “furbetti del quartierino”…soltanto che qui si parla di VITE UMANE 5)il famigerato PRT (la centrale che sfiata in emergenza 45 tonnellate gi gas in 15 minuti…roba che manco in Corea del Sud si sarebbero sognato) a 500 da persone non hanno fatto NULLA , ZERO. 6) ci sono denunce con documenti INCONTROVERTIBILI sulle VIOLAZIONI gravissime perpetrate da questi CRIMINALI 7) La BEI non ha erogato 1 CENTESIMO e non puo’ erogarli perche’ le istruttorie sui temi AMBIENTALI E SOCIALI non sono MAI state condotte 8) Nel tratto Melendugno – Mesagne NULLA e’ stato fatto…ripeto NULLA e c’e’ un’opposizione fermissima all’opera. 9) …le pecentuali di TAP sullo stato avanzamento lavori sono menzogne che dicono solo perche’ nessuno le puo’ verificare…ma se solo si usasse la logica ci si renderebbe conto che l’80%…FA SEMPLICEMENTE RIDERE 10) I CONSUMI DI GAS continuano a SCENDERE . (dati ufficiali del ministero)…la strategicità e’ solo per SNAM…a scapito della pellaccia di 20000 persone. Potrei andare avanti , mi fermo. La gente ha capito tutto il malaffare che c’e’ dietro quest’opera … PREPARATE L’ESERCITO o in ALTERNATIVA LA GALERA PER QUEI COLLETTI BIANCHI che hanno avallato fin qui questo scempio

Sandro Ciucci – Qualcuno sa darmi notizie sui 6,6 milioni di dollari spariti dalle donazioni unicef del cognato del fenomeno fiorentino? Non riesco neanche a riderci sopra se penso a quello che ha fatto a me e altre 8000 colleghi..
Giovanni Sorgi – una parte sullo yacht, una parte sulla megacasa al centro di Firenze, un’altra parte agli amici vicini e lontani di quello che ha sul conto corrente solo 15.000 euro!!! 
Cara Cri Bina – …..poi era la forestale a costare troppo…..lasciamo perdere va…..

Antonio Ventriglia – No!!!??? Ma dai! Chi l’avrebbe mai detto. I vertici dei cc che ordinano comportamenti illeciti per coprire un reato ancor più grave ed evitare la denigrazione mediatica?! Io non lo credo possibile.

Rosario Roy Orlando – Prima hanno processato i colleghi della polizia che per caso si erano trovati in quel contesto… e li hanno assolti. Poi hanno processato i colleghi della polpen che lo avevano in custodia… e li hanno assolti. Poi hanno processato i medici che lo hanno avuto in cura… e li hanno assolti. Poi alla fine mettono sotto processo i carabinieri che lo hanno arrestato. E’ cambiata molto la giustizia in questi anni. Di solito si cominciava al contrario dell’elenco che ho scritto.

Respiro Animale – Circola una vignetta con cui Vauro, riferendosi al caso Cucchi, paragona il ministro Matteo Salvini ad un maiale.
Un uomo cerca inutilmente di insegnare ad un maiale a chiedere scusa, lo incoraggia, lo invita, ma il maiale, trasformato nella squallida macchietta del brutto, sporco, schifoso, stupido, con la bava alla bocca, risponde con i soliti versi. Il titolo della vignetta, poi, è eloquente: «Impresa Impossibile».
In linea con la peggior versione del più ottuso specismo, il maiale è così stupido da non essere neppure in grado di pronunciare una parola così facile come “scusa”. Il maiale è così schifoso e sporco da costituire un insulto per antonomasia.
Tralasciando il piccolo particolare, oramai risaputo in qualunque ambito, che il maiale è un animale di notevole intelligenza, sensibile e attento alla pulizia, viene da chiedersi come sia possibile sostenere ancora questa squallida metafora. Il maiale, invece, più che il simbolo insultante della stupidità e della sporcizia, potrebbe essere il simbolo dell’oppressione. E’ la vittima per eccellenza. Rinchiuso in spazi angusti e stretti, ingrassato, manipolato e selezionato per raggiungere un peso che le sue stesse zampe non riusciranno più a sostenere, trascorre una vita di sofferenza per essere ucciso nel peggiore dei modi.
Usare e denigrare una vittima per sostenere l’indegna e scandalosa morte di un’altra vittima è un’operazione decisamente squallida e superficiale e, non a caso, anche nell’iconografia nazista, gli ebrei venivano chiamati topi, scarafaggi…
Sappiamo bene che il linguaggio specista è tristemente diffuso e condiviso, sappiamo bene che l’immaginario, sugli animali, è ancora legato a metafore primitive fondate sul dominio, la gerarchia e la sopraffazione, ma arrivare ad un tale livello di falsificazione, ignoranza e disattenzione per le più elementari forme di etica, continua a stupirci.
Purtroppo è ancora difficile fare il collegamento tra oppressione umana e oppressione animale, cogliere quanto sia proprio l’invenzione dell’essere inferiore che può essere schiacciato, sfruttato ed emarginato a generare l’ingiustizia e il privilegio.
E’ davvero troppo chiedere di cambiare, di approfondire, di ricercare altri punti di vista? Chiedere un po’ più di attenzione e di rispetto per quelle vittime che, ora, stanno gridando, con il loro linguaggio, con la loro intelligenza, con la loro sensibilità, nel buio degli allevamenti, dalle gabbie e dai camion che li portano al macello?
Esprimiamo la nostra profonda solidarietà con la famiglia Cucchi condannando lo squallido comportamento del ministro Matteo Salvini.
E il maiale non c’entra niente.

CENT’ANNI

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Erano troppo poche e così ordinò che tutti indistintamente corressero a staffetta, lasciando le biciclette proprio in modo da inciamparci per trovarle nel buio pesto della notte. Anzi lui il più alto e atletico marciava e pedalava sempre al comando della truppa che mai aveva abbandonato: fu premiato con l’oro perché rischiò la mutilazione alla gamba ferita per non essersi ritirato dalla battaglia a Col di Lana, mentre conducendo la trionfale marcia forzata verso Gorizia ebbe la sua vittoria mutilata da quel generalone dei carabinieri addetti al Comando Supremo che pomposamente comodo in auto decapottata sorpassò all’ingresso della città la compagnia d’artiglieria che l’aveva liberata e trafelata stava riordinando ranghi e divise. Erano solo tre le Compagnie autonome durante la grande guerra e una la diedero a quel capitano di complemento di ottime capacità che ordini non ne avrebbe accettati neanche da Cadorna in persona. Quel capitano di complemento che criticando la Croce Rossa si attirò l’attenzione della duchessa d’Aosta che ne era al vertice, e l’amicizia del futuro eroe dell’Amba Alagi. Quel capitano che in un tribunale di guerra ribaltò lo scontato verdetto, contrapponendosi agli alti gradi, col sostenere che gli alpini non disertavano mai perché difendevano letteralmente il loro paese e la loro casa a pochi chilometri dal fronte e la notte andavano a rincuorare la famiglia. Quel capitano che mobilitò tutta la compagnia per soccorrerne l’amatissima mula a ringraziamento del suo valore e non ad occasione di bistecche. Quel capitano che sfidò a duello un maggiore di carriera che a mensa disdegnò la frutta bacata come adatta solo agli ufficiali di complemento. Quel capitano consapevole che con la distruzione dell’impero asburgico l’Europa perdeva la barriera alle storiche mire espansionistiche dell’est. Quel capitano che, volontario nella guerra di Libia, ammetteva la legittimità d’ogni mezzo di guerriglia e resistenza all’invasione. Quel capitano che si rifiutò di parlare a Radio Londra perché “un ufficiale non pugnala alle spalle il soldato che combatte”. Quel capitano che nella sua nobiltà cosmopolita profetizzava sornione “l’Europa delle regioni” che si sarebbe profilata. Quel capitano che coniugava il disincanto della visione storica e la ineluttabilità del dovere ideale. Forse per questo non tornò al suo palazzo vanvitelliano lontano dalla guerra, ma si trasferì tra quella che era diventata la sua gente e le sue montagne.

Quelle montagne martoriate come fabbriche di legna e cimiteri di piombo, indifferenti alle anagrafi nazionali, che ebbero nelle popolazioni alpine e nella Guardia forestale le appassionate restauratrici della bellezza naturale e del bene della patria. Con la stessa sbrigativa efficienza con cui si erano arruolati i ragazzi del ’99 il cui addestramento sommario li rendeva inadeguati ma indispensabili a sostituire i combattenti veterani, si pianificò la conta dei caduti grigioverdi (di clorofilla) per integrare le fila e serrare i ranghi silvani. Così in un triennio, mani femminili piantumarono 10 milioni di abeti rossi della val di Fiemme per rimpiazzare faggi, larici, abeti bianchi e rossi. Ancora non scoppiava il secondo conflitto mondiale che le abetine squadrate erano già un compatto fronte alto 20 metri infoltito da frassini, betulle, aceri, noccioli, sorbi, pioppi, ontani, salici. Tale stupefacente rinascita ha avuto proprio nel prodigioso artificio il suo punto scoperto quando l’epocale inusitato vento in poderosa cascata sulle cime ramificate ha trascinato tutti quei coetanei fitti e ravvicinati, allungati verso il sole con sottili tronchi nudi, senza radici parimenti protese in corrispondente profondità nella roccia dolomitica. 

E i cent’anni della vittoria contano 13 milioni di caduti arborei… come il 4 novembre 1918.
Purtroppo in questo cataclisma non vi sarà soccorso dal Corpo Forestale, ché se il 1917 fu l’anno di Caporetto, nel 2017 vi fu la disfatta dello Stato di diritto; la strenua linea di difesa del 4 dicembre resse contro “il nemico: per l’orgoglio e per la fame volea sfogare tutte le sue brame…” ma , ancora è lontana la riscossa che anzi “si vide il Piave rigonfiar le sponde!” non contro gli stranieri ma contro gli italiani che depredano e cementificano il sacro suolo della patria.
Segni e presagi!
Se i senesi ottennero che la tradotta partisse dopo aver disputato la corsa delle contrade, il palio straordinario per il centenario è stato funestato dal sacrificio tanto più delittuoso quanto totalmente inutile di otto cavalli con Raol vittima simbolo di quell’ecatombe di equini che è stata la grande guerra, come tutte.
In questi primi anni duemila, animali domestici e selvatici non sono più conviventi in cui rispecchiarci, ma oggetti di lucro cui abbiamo tolto perfino la dignità di schiavi.
Maurizio Maggiani racconta che durante la guerra serbo-croata, gli orsi scappavano, sconfinando in Friuli. Profughi di guerra a tutti gli effetti per quel popolo aperto e colto, crocevia di rotte e sentieri. Dieci anni dopo i valligiani trentini avrebbero approfittato dei vantaggi economici legati al progetto d’introduzione dalla Slovenia di un piccolo contingente di quegli orsi bruni che, indigeni sul Brenta, loro avevano decimato fino all’ultimo esemplare nel secolo scorso e che ora hanno immantemente votato all’estinzione in concomitanza con quella dei fondi europei. “I resti di quello che fu uno dei più potenti imperi del mondo” provincializzano” in disordine e senza speranza le valli” che monopolizzano “ con orgogliosa sicurezza” in uno spirito di rivalsa contro tutti QUEI DA FORA… Recinti mentali che impediscono di istallarne elettrici a tutela delle mandrie. 

Se la Forestale dello Stato italiano negli anni ’20 delimitò col filo spinato le piantine del rimboschimento perché è ovvia la separazione necessaria tra l’agropastorale e la silvicoltura, tra armenti e fauna selvatica, i forestali trentini invece rispetto a tutti gli altri che sono un corpo tecnico con funzioni di polizia, si comportano come un corpo autonomo con funzioni politiche. E Trento è confinante petulante, separata e distinta sia rispetto alle regioni ordinare che germanofone. Benché lega in unità d’Italia quest’attenzione solerte dei governi affinché le piccole ma alquanto rumorose bande armate che scorazzano -come comunisti e anarchici irrispettosi di proprietà privata e legge dello Stato- non abbiano a perdere nemmeno per il giorno del 4 novembre il sollazzo di bagnare ancora con sangue innocente le terre irredente all’empatia e alla fratellanza, sconvolte dal cataclisma climatico.

Come si comporteranno i Carabinieri in questa catastrofe? Durante la recente guerra in Slovenia venivano utilizzati nelle strade cittadine contro la resistenza dei cecchini essendo l’unica Arma in grado di fare operazioni di polizia contro la popolazione civile, e questo compito fu prioritario anche nella guerra di trincea dov’erano impiegati non per sferrare l’attacco al nemico ma per stare alle spalle dei fanti tenendoli tra due fuochi e spingerli a scegliere la morte per mano nemica. Carabinieri, nel frattempo infidi al re, ma che anche nella repubblica svolgono intensa attività di retrovia tanto che senza mai essersi esposti frontalmente, stanno invadendo ogni lembo del Corpo Forestale dello Stato: non lo soppianteranno nel cuore degli italiani, ma quale chiamata alle armi contro l’ avanzata di gasdotti, contro i lanciafiamme delle centrali a biomasse, contro i mitragliamenti a tappeto del tuf, contro i gas asfissianti dei petrochimici,contro le mine delle grandi opere, contro le cinture corazzate dei cementificatori?
“S’udiva intanto dalle amate sponde / sommesso e lieve il mormorìo dell’onde.”… 2014 -’18 sembra che il sentiero delle fate sprofondi nell’inferno e il vento Matteo precipiti la montagna a travolgere ogni ombra persa dall’umanità tutta… 

Non esiste più, nonno, il tuo Col di Lana, esploso per una potenza più grande di qualsiasi mina…”è il mio cuore / il paese più straziato”.

prof. Antonella Giordanelli

 

  

RIMOZIONI

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Giacomo Corda – E si! come da tradizione, pure quel 24 agosto 2016, nella spensieratezza assoluta, anche se temporanea, mi accingevo a festeggiare il santo patrono della mia Lipari, ma una telefonata del mio comando interruppe la serenità, c’era bisogno di NOI nel Lazio ove la natura ancora una volta aveva mostrato i muscoli, ove colleghi della zona trascurando anche i propri cari, accorrevano immediatamente in aiuto alla popolazione colpita, ove tutti gli abitanti, in un contesto rurale montano e pedemontano si attendevano di vedere quella uniforme grigioverde, quegli anfibi sporchi di fango, il pandino verde….. che mai avevano deluso le loro aspettative. Molla tutto e vai dove il dovere ti chiama. Oggi il pensiero corre da voi amici e colleghi soprattutto Amatriciani ove ho operato, ove ho incontrato persone vere, ove seduto su un muretto qualsiasi si discuteva con gli anziani del luogo che non volevano abbandonare le loro abitazioni o aziende completamente distrutte per darsi appuntamento il giorno dopo per scambiare ancora 4 chiacchiere o accompagnarli a fare un giretto. Si, lontano dai riflettori e dalle fotocamere, nell’intimità della montagna come da tradizione FORESTALE. Nell’augurarvi un grosso in bocca al lupo spero che presto possiate tornare alla normalità. Un amico di Amatrice.

Mario Alesse – Anche mio figlio Sergio, Forestale, quella notte del 24 agosto è stato tra i primi ad intervenire ai soccorsi, ho ancora una registrazione di una telefonata che mi fece alle 06,00 mi diceva del disastro avvenuto, nella trasmissione “porte a porta” condotta da Bruno Vespa, andata in onda la sera successiva, nel grande schermo alle sue spalle fu mandata una foto che riprendeva mio figlio in primo piano, tra le macerie, insieme ad altri con una barella che trasportavano in salvo un terremotato, tutti erano ricoperti di uno strato di polvere. Quella foto è stata mandata solo perché il mio ragazzo era in abiti civili, se fosse stato in uniforme sono certo che non l’avrebbero fatta vedere. Successivamente, al Quirinale, ci fu una cerimonia per dare dei riconoscimenti a quanti avevano partecipato ai soccorsi; vigili del fuoco, carabinieri, polizia, volontari, ecc. con esclusione dei tanti Forestali che con spirito di sacrificio e abnegazione, avevano per primi partecipato hai soccorsi.
Un grazie, da parte loro, lo rivolgo al Presidente della Repubblica!!!!!

Pasquale Di Toro – Sì erano loro, i forestali, quel 24 AGOSTO 2016 ad Amatrice ero proprio lì: è stato un miracolato, era sotto metri di macerie (se non ricordo male ho anche un filmato). Era malconcio ma vivo è cosciente ! TROVATO DA UN CANE CHE INSISTEVA SU QUEL CUMULO DI MACERIE e si è scavato a mani nude fino a spuntare la sua testa

Giampiero Tasso – Parliamo del terremoto? Sul piatto in due anni sono stati messi un miliardo 776 milioni di euro. Molti meno di quanto sbandierava prima il toscano e poi Gentiloni. Soldi diceva il toscano messi dal governo PD.
Falso, falsissimo. Il governo ha messo di suo appena 570 milioni il resto del mucchio il fondo solidarietà della comunità europea. Un miliardo e 196 milioni.
Hanno fatto peggio delle menzogne, non sono riusciti nemmeno a spenderli, manca da assegnare 569 milioni di euro. Oggi a guardare i conti veri si scopre che mancano ancora due miliardi, ancora per coprire l’emergenza. E pensare che avevano promesso di mettere nel conto qualcosa come 7 miliardi e 600 milioni. Dove siano, nessuno lo sa.
Fonte commissione speciale del Senato e protezione civile.

Michele Sanvico – È il 29 aprile 2016. Mancano ancora quattro mesi alla prima scossa, disastrosa, del 24 agosto 2016. Quel giorno, quando ancora nessuno avrebbe mai potuto immaginare cosa sarebbe accaduto nel futuro, ormai tragicamente incombente, di quelle terre, il Consiglio Comunale di Norcia si riuniva per approvare la Deliberazione n. 6 del Piano Urbanistico Attuativo (PUA) per Castelluccio di Norcia.

 “DELTAPLANO” ovvero una dissonanza paesaggitica che non c’era (e ora c’è) con una VINCA senza incidenza ambientale (!).
La Valutazione di Incidenza Ambientale, predisposta dalla Regione Umbria nell’ambito dell’iter autorizzativo che riguarda più progetti da realizzarsi a Castelluccio nella fase di emergenza post-terremoto, descrive il progetto del “Deltaplano” sul colle con incantevole vista sul Pian Grande a pag. 41. Dedicando ad esso una misera paginetta, più un paio di pagine di planimetrie e diagrammi.
Tutto qui? Sì, tutto qui.

La descrizione di questo progetto, così impattante sul colle di Castelluccio e ben visibile dal Pian Grande, si limita a meno di 300 parole, 21 righe di testo, che descrivono, tra l’altro, anche un’area di parcheggio che, poi, non sarà approvata dall’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini.
Si tratta delle stesse parole già diffuse alla stampa a fine luglio 2017, quando il progetto fu presentato al pubblico: «logica di rinaturalizzazione del sito e miglioramento paesaggistico dei progetti rivolti verso il Pian Grande», orientamento «al risanamento ed alla bonifica dell’ex-cava adiacente all’area in oggetto», «attento lavoro in sezione, incassando i due corpi di fabbrica per adeguarli alle linee del terreno», «prato per i tetti e materiali a basso impatto ambientale per tutte le opere di sistemazione e strutture portanti».
Nemmeno una parola sugli sbancamenti previsti sulla carne viva, naturale, vergine del colle. Nemmeno una parola sulle tre platee in cemento lunghe 40 metri. Nemmeno una.
Ma la VINCA non finisce qui. Comincia infatti, a pag. 51, la sezione dedicata all’«Identificazione delle potenziali incidenze ambientali». Si parlerà, in questa sede, di impatti sulla conservazione del sito, di soluzioni alternative, di ripristino futuro dello stato dei luoghi?
Se ne parla. Ma nei seguenti termini.
A pag. 55, si dichiara che «gli interventi previsti saranno realizzati in aree nelle quali non è segnalata la presenza di Habitat comunitari di cui all’All. I Dir 92/43/CEE, come rilevato anche in seguito ai sopralluoghi», e dunque la percentuale di «sottrazione Habitat» è esattamente «Nulla». Anche perché, scrivono, «in seguito ai sopralluoghi effettuati, non si rileva la presenza di specie vegetali di All. II e IV Dir. 92/43/CEE». Inoltre «la natura degli interventi e la loro ubicazione non coinvolgono direttamente habitat faunistici delle specie considerate e quindi l’incidenza può ritenersi non significativa».
Ma come è possibile, tutto ciò? Significa, forse, che il fianco della collina di Castelluccio, naturale e intatto nel punto dove è stato costruito il “Deltaplano”, non è parte dello stesso insieme di colli e montagne, parimenti intatti, che circondano il Pian Grande? Non contiene forse la stessa tipologia di vegetazione che circonda l’intero Pian Grande? Non fa parte dello stesso complesso naturalistico e paesaggistico? Non è soggetto agli stessi vincoli di conservazione del Sito di Interesse Comunitario IT5210071 “Monti Sibillini – versante umbro”?
Questa prateria è un “habitat” di interesse comunitario, esplicitamente menzionato nella famosa Direttiva 92/43/CEE, quella che istituisce i Siti di Interesse Comunitario, la rete “Natura 2000” e i vincoli di conservazione degli habitat naturali: si tratta dell’habitat classificato, all’Allegato I della Direttiva, con il codice 6210, vale a dire “Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte di cespugli su substrati calcarei (Festuco-Brometalia)”. Si tratta, come ci spiega il sito ‘Habitat Italia’, contenente il manuale italiano di interpretazione degli habitat di cui alla citata Direttiva, di «praterie polispecifiche perenni a dominanza di graminacee emicriptofitiche, generalmente secondarie, da aride a semimesofile […] comunità endemiche, da xerofile a semimesofile, prevalentemente emicriptofitiche ma con una possibile componente camefitica, sviluppate su substrati di varia natura».
In parole povere, sono gli stessi meravigliosi, incredibili, stupefacenti prati che ricoprono i versanti verdeggianti che guardano lo spettacolare oceano d’erba, a carattere maggiormente umido, del Pian Grande.
Ma tutto questo, nella VINCA redatta per il “Deltaplano”, si riduce a «Nulla».
Quindi, in quello specifico punto, non essendoci “habitat” di interesse comunitario da conservare, lì si può tranquillamente costruire. Anzi, se per assurdo portassimo all’estremo questo incredibile approccio, delineato nella VINCA, si potrebbe in tutta tranquillità affermare che l’intero colle di Castelluccio potrebbe essere serenamente edificato: tanto, non contiene “habitat”!
Ma, e ciò suona ancora più paradossale, gli estensori della VINCA trovano l’ardire di scrivere, con mano salda, le seguenti parole: «gli interventi in oggetto in relazione alla loro ubicazione, all’estensione e al contesto in cui vengono realizzati, si ritiene non possano generare alterazioni della qualità ambientale del sito». Per loro, sbancamenti e posa di platee di cemento non costituiscono affatto «alterazioni» del colle di Castelluccio, anche se – ammettono – «tuttavia considerazioni circa la potenziale incidenza negativa degli interventi possono essere fatte per quanto riguarda la fase di realizzazione del progetto (fase di cantiere), legate al disturbo sulla fauna ed al possibile ingresso di specie vegetali alloctone, sinantropiche e/o ruderali».
E dunque, secondo la nostra bella VINCA, si può costruire il “Deltaplano” in tutta tranquillità, essendo sufficiente avvertire gli operai di non fare troppo rumore per non arrecare disturbo ai cari animaletti che vivono nei dintorni.
Seguono, infatti, a pag. 67, le «Mitigazioni e prescrizioni», al fine di potere procedere alla «realizzazione del progetto nel modo più corretto, rispetto alle esigenze di conservazione derivanti dalla particolare natura dei luoghi nei quali saranno eseguiti gli interventi». Si tratta forse di limitare gli sbancamenti, di diminuire le cementificazioni? Niente affatto: sarà sufficiente, invece, prevedere «aree per la manutenzione dei mezzi meccanici, opportunamente rese impermeabili per contenere perdite accidentali di oli minerali e/o carburanti» e, sempre per non disturbare i poveri animaletti, fare uso di «mezzi meccanici […] dotati di filtri ed accessori in grado di attenuare le emissioni sonore e le vibrazioni», senza dimenticarsi che «dovrà essere evitato tassativamente il passaggio e/o la sosta dei mezzi al di fuori dei tracciati esistenti e in generale in aree interessate da vegetazione spontanea».
Con questi piccoli accorgimenti, più alcuni altri di pari significatività, si potrà tranquillamente procedere con le ruspe, per sbancare proprio quella «vegetazione spontanea» sulla quale – Dio non voglia! – bisognerà però accuratamente evitare di passare sopra con i cingoli.
Tutto qua.
Eccovi dunque servita la Valutazione di Incidenza Ambientale, o VINCA, realizzata per comprendere e analizzare gli impatti del “Deltaplano” nel cuore del sito SIC “Natura 2000” n. IT5210071 “Monti Sibillini – versante umbro”.
Conservazione del sito di interesse comunitario? Non è un problema.
Soluzioni alternative? Non se ne parla.
Futuro ripristino degli habitat? Nemmeno una parola.
Ma almeno, viene invocata la necessità di realizzare il progetto “per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico, inclusi motivi di natura sociale ed economica”, in una drammatica situazione emergenziale post-terremoto, così come reso possibile anche dalla legge (art. 9 del D.P.R. n. 357/1997), proprio per giustificare una costruzione che, con sbancamenti e cementificazioni, impatta in modo così pesante su questa porzione del sito SIC?
No. Non ve ne è bisogno. Perché l’impatto del “Deltaplano” sull’habitat, secondo la VINCA, è «Nulla». Perché – guardandosi attentamente in giro – lì «non è segnalata la presenza di Habitat comunitari». Non è quindi nemmeno necessario invocare quelle ulteriori giustificazioni, previste dalla legge, che potrebbero comunque rendere autorizzabile un progetto ad elevato impatto (impatto che – secondo loro – non c’è).
Costruire, dunque? Non ci sono problemi: si può.
Questa, quindi, è la VINCA per il “Deltaplano”. Sottoposta, a partire dal 29/09/2017, alla severa, puntigliosa valutazione dell’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini, dopo essere stata protocollata con il n. 5181.
In data 29/09/2017, l’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini la riceve, dalla Protezione Civile Regionale dell’Umbria
Il 10/10/2017, dopo soli undici giorni, l’Ente Parco invia alla Protezione Civile l’esito della propria valutazione.
A prima vista, sembrerebbe trattarsi di un vero e proprio record: ben cinque progetti (delocalizzazione di caseifici, di ristoranti, di negozi, posizionamento di soluzioni abitative d’emergenza (SAE) e di moduli abitativi collettivi), di grande impatto sul sito di Castelluccio, valutati in una manciata di giorni. Superficialità? No; si tratta, invece, di tempistiche ridottissime esplicitamente imposte dalle normative.
Infatti, l’Ordinanza del Capo della Protezione Civile n. 431 dell’11 gennaio 2017, emessa nel pieno del primo inverno della gravissima crisi sismica cominciata nel 2016, aveva stabilito, con l’art. 4, che tutti gli urgentissimi progetti di delocalizzazione, connessi alle esigenze critiche e indifferibili di assistenza alla popolazione, dovessero sì essere assoggettati alla VINCA nel caso ricadessero all’interno dei siti della rete “Natura 2000”, ma che «il procedimento di verifica, da porre in essere nel quadro della normativa e dei provvedimenti statali e regionali specificamente applicabili, deve concludersi entro 7 giorni, comprensivi anche della predetta valutazione, ove necessaria».
Un tempo, dunque, estremamente limitato. E lo stesso Ente Parco, nella propria risposta, non può che segnalare il fatto che «tale norma non consente di espletare il presente procedimento, di particolare complessità, nei tempi e con le modalità canoniche, anche tramite la richiesta di integrazioni e approfondimenti progettuali». L’Ente Parco, quindi, non sarà in grado di valutare la VINCA fornita dalla Regione Umbria con il rigore che sarebbe necessario in un caso così particolare, relativo ad un sito posto nel cuore più profondo dei Monti Sibillini.
Nel provvedimento n. 111 del 10/10/2017, a firma del Direttore l’Ente Parco segnala che il “Deltaplano” non insisterà affatto su di un’area già ambientalmente compromessa (ex-cava), ma sarà invece localizzato «in aree limitrofe al centro abitato di Castelluccio ove attualmente sono presenti seminativi e prati incolti ovvero aree prive di vegetazioni ricavate da ex sbancamenti/cave». Si parla, dunque, in massima parte di terreno vergine.
E ancora, il povero Ente Parco, costretto a un ‘tour de force’ valutativo da eseguirsi, a norma di legge, in soli sette giorni segnala, con toni quasi sconsolati, che, per quanto riguarda proprio il “Deltaplano”, «la progettazione, a differenza di tutte le altre fino ad ora pervenute in seguito all’emergenza sisma per aree SAE e/o delocalizzazioni, è tuttavia carente dei seguenti elementi: non vi è una relazione tecnica; non vi è un computo metrico delle opere da realizzare, non vi è il progetto di cantiere; […] non sono indicati i particolari costruttivi delle opere di urbanizzazione e delle aree esterne ma solo indicazioni sommarie in alcune tavole progettuali».
Insomma, un disastro: viene chiesto al Parco Nazionale dei Monti Sibillini di valutare una VINCA senza che sia stato fornito alcun vero progetto, anche se è chiaro che l’opera non sarà certo piccola, né tantomeno insignificante, essendo relativa alla «realizzazione di tre strutture definite come temporanee delle dimensioni di m. 12,2×64,6, m. 10,35×39,2 e m. 10,30×52», che di certo non sono proprio bruscolini.
E non è tutto. È chiaro che il versante di «seminativi e prati incolti» dovrà certamente essere sbancato, ma «non vi è, in particolare, alcuna indicazione di quali opere verranno utilizzate per il consolidamento dei versanti da riprofilare». Mancano, dunque, dati e informazioni specifiche e rilevantissime.
E poi, uno dei punti fondamentali di tutta questa vicenda. Se le tre monumentali strutture del “Deltaplano” sono «definite come temporanee» dalla Regione – come scrive lo stesso Ente Parco, con ironia quasi involontaria – allora perché «non vi è un piano di smantellamento delle opere a fine utilizzo né un progetto di ripristino dei luoghi»?
Già: perchè palese carenza?
E cosa scrive, l’Ente Parco, a proposito dell’impatto, sul Sito di Importanza Comunitaria “Natura 2000”, di quel “Deltaplano”, con i suoi tre voluminosi fabbricati?
Con tono parimenti sconsolato, il Parco ricorda che già nel parere preliminare rilasciato il 16/08/2017 «evidenziava forti criticità […] e forniva, per questo, soluzioni alternative che potessero garantire un migliore inserimento ambientale e paesaggistico delle strutture (ristoranti) da realizzare».
E di quali «criticità» si trattava? Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini non può che fare il proprio lavoro, segnalando che sussiste «un contrasto degli interventi previsti con le previsioni del Piano per il Parco che in zona “B” di “riserva generale e orientata” non consentono di “costruire opere edilizie […] eseguire opere di trasformazione del territorio, effettuare movimenti di terreno o trasformazioni dell’uso del suolo».
Insomma, anche il Parco non può che affermare la verità lapalissiana: come possono sbancamenti e cementificazioni essere compatibili con l’intangibilità totale dei suoli vergini del Parco Nazionale e di Castelluccio di Norcia in particolare?
Inoltre, continua l’Ente Parco, in tono quasi sommesso, le criticità «in secondo luogo derivano da valutazioni generali di natura paesaggistica e ambientale».
Incredibile: anche l’Ente Parco, come il resto del mondo, pensa che il “Deltaplano” costituisca un elemento di forte impatto sull’ambiente e sul paesaggio dell’area che circonda il Pian Grande. Sembrerebbe proprio che la Regione Umbria sia rimasta la sola a pensarla diversamente. Assieme ad alcuni irriducibili imprenditori castellucciani.
Anche il Comitato Tecnico Scientifico per il Paesaggio, però, mostra subito di albergare qualche perplessità: appare infatti chiaro che «il progetto in sintesi determina una nuova modellazione del terreno», ovverossia si sta parlando di ruspe e di sbancamenti; inoltre, secondo «quanto riferito dalla competente Soprintendenza relativamente alla situazione vincolistica ed ai valori paesaggistici dell’area interessata dall’intervento», qui si sta parlando del «Pian Grande», «noto a livello nazionale e internazionale per la sua ‘fiorita’ oltre che per la coltivazione della lenticchia nota per la sua qualità».
Anche il MiBACT dichiara: sarebbe «forse stata preferibile la localizzazione dell’intervento in altro sito come espresso dalla Soprintendenza» prot. n. 18432 del 12/09/2017.
Però, deve in ogni caso essere «considerata la natura temporanea ed emergenziale dell’intervento».
Nel frattempo, considerata l’emergenza post-terremoto, «si propongono misure per contenere le inevitabili alterazioni e criticità determinate dalle nuove strutture nei confronti del delicato, integro e pregevole contesto morfologico e paesaggistico dei luoghi» dicendo quello che l’Ente Parco dei Monti Sibillini, custode di quei luoghi, non ha avuto il coraggio di affermare: e cioè che vi saranno «inevitabili alterazioni e criticità determinate dalle nuove strutture», e che dunque vi sarà impatto ambientale. Eccome se ve ne sarà. Perché si tratta di «luoghi» caratterizzati da «delicato, integro e pregevole contesto morfologico e paesaggistico».
Altro che le erbette poste a 10 metri di distanza, citate dall’Ente Parco al fine di escludere l’impatto sugli habitat naturali! Il MiBACT ha capito tutto: l’impatto ambientale ci sarà, e lo sta scrivendo a chiare lettere.
E cosa richiede ancora il MiBACT? Il Ministero «ritiene […] senz’altro opportuno un maggiore e preventivo approfondimento progettuale» di quel “Deltaplano” che pare introdurre, in quell’ambiente «integro», così tante criticità, fornisce ulteriori misure, quali «garantire una riduzione delle altezze abbandonando, quindi, la proposta di realizzare volumi a due livelli», o «garantire un migliore inserimento paesaggistico dei volumi tramite una maggiore aderenza all’orografia del terreno», magari riducendo la dimensione compessiva dei volumi e frazionandoli ulteriormente «in modo da creare una varietà di forme e strutture maggiormente in continuità con il terreno».
Tutti dettagli, rispetto al suggello finale posto a questo parere dalla stessa Soprintendenza Arecheologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, la quale, nel comunicare il parere medesimo alla Regione Umbria con nota del 05/10/2017, e nel ribadire le «osservazioni […], quand’anche non prescrittive» già delineate dal Comitato Tecnico Scientifico per il Paesaggio, ha occasione di scrivere le seguenti parole:
«vale dunque sottolineare […] che si parla di un contesto veramente unico non solo nella zona appenninica tra Umbria e Marche ma nell’arco dell’intera dorsale, contesto ad oggi rispettato nella sua peculiare natura tanto da non essere mai stato intaccato con alcuna costruzione autorizzata. Tutti i coni di visuale all’interno della piana sono tali da non consentire l’inserimento di alcuna opera se non con inevitabile modifica della visuale panoramica a 360 gradi».
Già in precedenza rispetto al terremoto, il Piano Urbanistico Attuativo per Castelluccio di Norcia prevedeva l’urbanizzazione di quell’area, facente parte del Colle di Castelluccio e con piena visuale sul Pian Grande: sbancamenti e rinterri per il rimodellamento del profilo collinare; creazione di muri di sostegno; posa di massetti di cemento per pavimentazioni; allacci di servizi. Tutto era già previsto. Una trasformazione totale dell’intera area, che era vergine e in massima parte intatta.
Con il verificarsi del terremoto, l’intero progetto di urbanizzazione ha subìto una drastica accelerazione: sbancamenti, cementificazioni e urbanizzazioni, già previsti dal PUA, sono stati eseguiti rapidamente e in regime di emergenza. E sopra le nuove platee di calcestruzzo, è stato ‘posato’ il “Deltaplano”..
Dunque, mettetevi comodi. Il “Deltaplano” rimarrà. Per sempre. Ecco perché Regione Umbria, Comune di Norcia e Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini non hanno mai parlato di futuro smontaggio e di futuro ripristino dello stato dei luoghi. Essi avevano già approvato – prima del terremoto – la nuova destinazione urbanistica di quell’area: il destino di quella specifica parte del colle di Castelluccio era già segnato.
Solo che – a noi – non ce lo avevano spiegato.

Patrizia Farroni – C’è un piccolo particolare: il PUA non è stato il frutto di una elaborazione democratica , partecipativa, ma un atto d’imperio di un ceto politico autoreferenziale,che e’ stato bocciato e mandato a casa in tutto il paese. Il PUA da essi prodotto non è il verbo rivelato, ma il prodotto scadente di un’angusta visione tecnocratica e nient’affatto coerente con il valore storico culturale dell’area.
E paesaggistico ovviamente.
Ma se l’antico borgo di Castelluccio narrava ancora una storia coerente con il paesaggio, fatta di agricoltori e pastori , la nuova costruzione parla di idiozia, d’incomprensione della contemporaneità , di burocrazia in conflitto con la storia. Proprio perché la modernità ha brutalizzato la natura, la fauna, l’ambiente, l’uomo nella sua unità fisica e psichica, Castelluccio aveva il merito di tenere lontano da se’ le fanfare della società dello spettacolo e del consumo, conservando i suoi legami con la società precapitalistica, e accoglieva quasi consolando l’uomo delle brutture dello sviluppo.Ragione per cui tutti ne erano affascinati . Piazzare li’ quell’orrenda costruzione e’ come pugnalarla, e pugnalare la resistenza, se vogliamo anche un po’ romantica , dei suoi visitatori, che, vorrei sottolineare, sono in numero alquanto maggiore rispetto ai residenti o ai proprietari di seconde case. Sono due anni che denunciamo i torti che hanno subito le popolazioni terremotate. Abbiamo sempre chiesto la rimozione delle macerie, le sae, la riapertura delle strade, l’inizio dei lavori, i sussidi.. Il deltaplano e’ uno schiaffo contro queste legittime richieste. Non solo non hanno ricostruito ma hanno deturpato Castelluccio facendo credere agli abitanti che fosse utile per la ripresa!! Ma non è così ! A Castelluccio bisognava ricostruire subito il paese con criteri antisismici e preservare con la massima cura l’integrità del paesaggio e dei beni culturali. Lo stesso dicasi per Norcia e per gli altri paesi del cratere! Oltre il danno inferto al paesaggio, fa male l’inganno, la protervia, la furbizia di chi lo ha commesso!

 

RIELABORAZIONE

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Roberto Marchesini – Lo spirito della scienza sta anche nel piacere di scoprire che la realtà contraddice il nostro intuito. La filosofia si nasconde nel brivido che sta tra lo stupore e la vertigine, nel sentirsi oltrepassare. L’etologia è amore per la diversità, apertura verso il non umano. Un filo conduttore lega queste prospettive: il superamento di quella proiezione antropocentrica che si chiama antropomorfismo.
Laura Mattei – Uragano in Vietnam. Non valevano meno di noi, non valgono meno di noi, anche se non progettano ponti… anche se non scrivono libri, anche se non compongono melodie, non valgono meno di noi. Perché, forse che ognuno di noi è architetto, medico, compositore, genio? Eppure, loro sono costretti a morire per cibare anche il più infimo di noi. E questo mi fa tanto, tanto schifo, lo confesso.
Silvia Quaglio – Il polpo ha un istinto materno fortissimo e combatte fino alla morte per difendere i suoi piccoli, tanto mi è bastato a suo tempo per non vederlo più come un alimento
Rizia Ortolani – Ho fatto decine di immersioni portandomi
dietro le spalle o sul braccio polpi che mi facevano compagnia e si facevano accarezzare. Polpo con le patate per me non è mai esistito
.
Veronica Dimmelote – Dopo 17 giorni l’ orca J35 ha lasciato andare il corpo della figlia morta poco dopo essere venuta al mondo.
17 giorni di lutto, di non volersi rassegnare alla morte di un figlio.
Giorni in cui J35 è stata sfamata e assistita dalle altre orche del suo pod, che le portavano il cibo e le hanno dato supporto.
Giorni di lutto, in cui non si è mai separata da quel corpo inerme, tenuto appoggiato sul rostro, facendo bene attenzione a non perderlo.
Studiosi e biologi marini erano seriamente preoccupati per le condizioni di salute psicofisica dell’ orca.
Ora la speranza è che possa elaborare il lutto e andare avanti.
Alessandro Di Rienzo – Anche questa domenica, recandomi con la mia cagnetta in un parco dentro la città, ho dovuto affrontare le solite allegre famigliole che molestavano la fauna acquatica.
Sara K Vs Dima – stessa battaglia ogni volta al mare, tra mamme è più facile perchè puoi dire almeno che anche tu hai bambini e gli insegni il rispetto e bla bla ..a volte funziona, altre mi mandano a fanculo. Piuttosto, si può davvero minacciare di multa? buono a sapersi, in tal caso chi chiamare? è un ulteriore e ottimo deterrente..
Sibilla Forte – La forestale divenuta branca dei carabinieri ma funziona
Rossella Clai – il loro circo si esibiva a Magnitogorsk, in Russia. Artur e Karina Bagdasarov sono due famosi addestratori circensi. Gli animali sono costretti a esibirsi e a saltare nel cerchio di fuoco.
Una tigre salta nel cerchio, poi si blocca e inizia a mostrare spasmi e contrazioni tipici di una crisi epilettica. Si dimena, poi si irrigidisce e giace a terra inerme. Solitamente sono pronti all’ uso cannoni d’ acqua da sparare in caso qualche animale cerchi di ribellarsi alla sua condizione, ma stavolta no, e cercano di far riprendere la tigre con delle secchiate d’ acqua e pungolandola con dei bastoni; infine viene trascinata via per la coda. Anche questo è il circo.
Jenny Cucurnia – L’ho chiamata Perla perché merita un bel nome. Perché avrebbe meritato una vita degna. Perché un ratto non conta meno di un cane o un gatto, e se si decide di adottare un qualsiasi animale bisogna prendersene cura, nel bene e nel male.
L’ho tenuta a lungo sulle gambe, accarezzando la testolina gonfia…stringendole la manina fredda.
Non vuole più mangiare. Non riesce più a farcela. Le ho parlato tanto…perché deve sapere che non tutti gli umani sono cattivi. Voglio le resti almeno un ricordo…che le resti qualche carezza, qualche bacio. Quasi certamente non ce la farà…li portano qui a morire. E io ogni volta resto straziata.
La sorellina la veglia, la pulisce. Questo lo dedico a te, anche se non leggerai…sei una persona di merda. Sei uno schifo di essere umano. Non sai cosa ti sei persa, non sai il dolore che hai causato, non sai quanto amore hai gettato via.
L’ho chiamata Perla perché merita un bel nome.
Perché avrebbe meritato una vita degna.
Non avrà nulla. Solo dolore e morte.
Rossana Mianulli – In uno sguardo la storia di una vita mai vissuta.
In uno sguardo il sogno della libertà mai sfiorata.
In uno sguardo il dramma di una dignità calpestata.
In uno sguardo il dolore di desideri mai avvicinati.
In uno sguardo la nostra responsabilità della sua esistenza negata.
In uno sguardo la nostra responsabilità della sua morte.
In uno sguardo il racconto di ciò che sarebbe dovuta essere la sua vita e la responsabilità della sua testa crivellata dai colpi del nostro consenso.
La violenza non è nei modi in cui si uccide.
La violenza è uccidere chi vuole vivere.
Tamara Panciera – Quelle macchie bianche sul terreno non vi sembrano lapidi? E’ successo sopra casa mia circa un anno fa, ma sta accadendo anche in altre zone del mio comune, Mel. Quando sono salita ed ho visto quel cimitero di piante ho provato, per lo sgomento, quasi un senso di vertigine e di disorientamento. Alberi cresciuti in decenni rasi al suolo , in pochi giorni. C’era un passaggio in mezzo a quel bosco che percorrendolo anche a piedi sembrava di entrare in una favola, percepivi una magia. Immaginate la violenza: le ruspe, i camion, ogni albero inchiodato alle radici in attesa del proprio inesorabile turno.
Ho fatto quello che ho potuto: scritto ai giornali, qualche imbecille locale aveva anche malignamente commentato l’articolo, e ai servizi forestali che si son recati sul posto. Ma han tirato giù tutto, non c’è più nulla! Una volta un bosco veniva diradato, ora viene spazzato via come si è fatto con le foreste: appiattite , distrutte. E’ semplicemente più comodo. L’uomo si sta involvendo e sta perdendo il rispetto. Credo che una certa fretta sia nemica della saggezza e della vita stessa.
p.s. Curiosamente poco tempo dopo avevo ascoltato un’intervista su un canale nazionale in cui un meteorologo sosteneva che i cambiamenti climatici in atto, i violenti nubifragi, in caso di disboscamenti, mettono a rischio la stabilità del terreno anche nelle zone collinari. La mia zona, appunto.
Mario Actis Grosso – Le concause sono molteplici… la siccità, l’abbandono dei pascoli. Ma soprattutto la vera sciagura è stata l’abolizione e la dispersione del Corpo Forestale dello Stato, unico presidio sul territorio in grado di intervenire sull’incendio con tempestività e con cognizione di causa conoscendo a fondo i boschi e le tecniche di intervento. Se oggi siamo a quasi 11 milioni di ettari di patrimonio boschivo dai 5000 che si era, lo si deve a lavoro di tutela e di rimboschimento fatto dal CFS, ma anche di repressione dei reati contro il patrimonio naturale. Oggi si stanno vedendo i risultati di questa scelta scellerata che non porterà nessun beneficio,nemmeno in termini economici. Cosa fare oggi? Sicuramente si dovranno valutare i danni e la resilienza del territorio, ma anche cominciare a ragionare per una migliore gestione del patrimonio boschivo oggi completamente abbandonato a se stesso. Poi abbiamo il mancato stop alla caccia sul versante incendi, non si tutela affatto il patrimonio faunistico ma solo l’interesse di una piccola lobby armata.
Roger – SONO TORNATO
Già vi vedo da lontano, la gioia incontenibile della mia mamma e del mio papà e il terrore dipinto negli occhi dei miei assassini.
Non ve lo aspettavate vero?
Non credevate potessi tornare per raccontare a tutti la verità?
Perché possiate capire e farvi un’opinione dovete conoscere la storia dall’inizio. La prima volta che li vidi ero piccolissimo. Non sapevo di essere stato adottato ma non me ne importava un granché. Appena entrai nel campo visivo dei miei genitori fu amore a prima vista.
Mi madre mi abbracciò con un sorriso radioso dipinto sul volto che la faceva sembrare giovane e dolcissima. Mio padre ci guardava con gli occhi lucidi e l’espressione felice e soddisfatta.
Eravamo una famiglia.
Fu bello imparare a conoscerci giorno dopo giorno. Io li osservavo e non potevo credere di essere stato così fortunato.
Non c’era bisogno di parole, bastava uno sguardo e sapevamo cosa fare per rendere l’altro felice.
Ricordo come fosse oggi il giorno in cui il mio papà arrivò a casa con il carrello da attaccare alla bicicletta.
“Cosa credevi che ti avremmo lasciato a casa?” Disse mentre lo montava e provava la resistenza del gancio di traino.
“Le vacanze si fanno in famiglia e così sarà per sempre” sentenziarono accarezzandomi.
Fu bellissima quella vacanza.
Piacque a tutti, ci piaceva essere in giro, con l’aria sul viso, tutti insieme a godere della natura e del buon cibo.
Non avevo mai visto le montagne e me ne innamorai. Il profumo del sottobosco, le foglie che scricchiolano, il vento che muove le fronte e produce suoni ammalianti.
Mio padre e mia madre sono due persone sportive e io non ero da meno.
Adoravo correre insieme a loro, giocare a palla, andare in barca, guardarli giocare a tennis e abbracciarli felici e sudati dopo l’ennesima sfida.
Poi accadde l’irreparabile.
Era il pomeriggio di una giornata estiva: qualche nube e un’umidità sciropposa che rendeva la pelle bagnata e la respirazione faticosa.
Io giocavo in giardino mentre i miei genitori si muovevano veloci in casa per preparare la cena.
Che fame avevo quel pomeriggio!
Forse per questo o più probabilmente perché ero goloso ho addentato il cibo che giaceva fra l’erba alta vicino alla recinzione.
Sapevo di essere in una zona coperta dagli occhi della mia mamma che mi sgridava duramente ogni volta che mangiavo fuori pasto.
“Che sarà mai!” Ho pensato e prima che potessi rifletterci avevo già buttato giù.
Una fitta improvvisa in gola mi aveva fatto trasalire.
La temperatura esterna doveva essere almeno sui trenta gradi.
La voce della mamma che mi richiamava in casa, il dolore alla gola, il malessere che mi colse all’improvviso sono ricordi sfocati, sovrastati da quello che accadde nelle ore successive.
Ricordo invece con nitidezza il volto di mia madre e di mio padre, l’angoscia dipinta sui loro volti, il respiro caldo che mi sussurrava all’orecchio “Forze tesoro, non mollare, il dottore ti farà stare meglio”.
Avevo paura come non ne avevo mai avuta.
Volevo solo tornarmene a casa, sdraiarmi sul letto in mezzo ai miei genitori e farmi cullare fino a che il dolore sarebbe scomparso.
Loro avevano questo potere magico, con le loro carezze, le paroline dolci e gli abbracci riuscivano a farmi stare meglio.
Ma quella volta non andò in questo modo: Il dottore disse che non potevo tornare a casa, non per quella notte e disse alla mamma di andare a riposare e di tornare il giorno dopo.
Il giorno dopo non stavo affatto meglio.
Mi sentivo come se il mio corpo andasse a fuoco e la paura cresceva, mi bloccava il respiro, mi attanagliava il cuore.
Il giorno dopo ancora li sentivo parlare, ma ero troppo stanco e troppo dolorante per far capire alla mamma cosa mi era successo.
Mi facevano esami, parlavano di malattie e io non ero in grado di confessare che avevo fatto la cosa brutta, quella che non si deve fare perché è pericolosa: avevo mangiato in giardino.
Poi è arrivato il giorno.
Non avevo più la forza di resistere, il dolore si era impossessato del mio corpo e io non avevo più energie per combattere.
La mamma l’ha capito e mi ha lasciato andare.
Era con me quando sono andato via per sempre e non ho avuto paura ma solo un grande rimpianto per tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato.
Vi chiederete perché sono tornato?
Sono tornato per la mia mamma e il mio papà, perché non hanno pace, non hanno risposte, sono alla ricerca di giustizia e non sanno come ottenerla.
So che non si sono dati per vinti.
Hanno scoperto che qualcuno ci odiava, invidiava la nostra felicità e li ha colpiti facendo la cosa che li avrebbe devastati: hanno ucciso me.
E’ stato facile, un piccolo insignificante boccone avvelenato, con due pezzi di lametta dentro e il gioco è fatto.
Un cane goloso e non obbedisce alla sua mamma hanno completato l’opera.
Hanno scoperto che le persone che ci vivevano accanto hanno parlato fra di loro e complottato per uccidere un piccolo e adorabile cagnolino.
Hanno scoperto che queste sono persone che una volta hanno giurato davanti a una bandiera e indossando una divisa di difendere il prossimo, di non nuocere mai, di prodigarsi per la salute altrui.
Hanno scoperto che non riescono a far finta di nulla che non possono andare avanti se giustizia non sarà fatta.
Hanno dovuto cambiare casa perché non possono vivere accanto ai miei assassini e incontrare, un giorno dopo l’altro, il loro sguardo. E pensare che quando mi hanno portato a casa per la prima volta mi ero sentito così rassicurato! Il complesso alloggiativo militare San Girolamo in Via Bonfigli 11 a Perugia può farti questo effetto. Ci sono militari in divisa e tu senti che così ben protetto non potrà accaderti nulla di male. E invece non è stato così.
Allora sono tornato per raccontarvi la mia storia e far si che ognuno di voi si indigni, che chieda a gran voce che sia fatta giustizia, che gridi il diritto mio e della mia famiglia di essere felici, che dia un po’ di pace al cuore dei miei genitori perché io, si sa, non potrò tornare.

PASSO PASSO

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Cristiano Manni – Nonostante sia un gesto che faccio fa decenni, soprattutto nei boschi, da quest’anno è diventato, da semplice gesto di educazione, un dovere civico, con la campagna #iosonoambientedel Ministero dell’Ambiente. Secondo me, se si lasciano i posti che si visitano meglio di come si trovano, anche poco, e solo simbolicamente, si finisce per fare la stessa cosa anche con  le persona che si incontrano. La visita ad alcune calette di Capraia si conclude con la raccolta di rifiuti, per lasciare ogni ambiente migliore di come lo abbiamo trovato.
Molto ho scritto, è probabilmente molto altro scriverò, sul valore culturale degli alberi lungo le vie e lungo i corsi d´acqua, specialmente laddove la brutalità degli enti pubblici li sta distruggendo. Riprendendo il grande libro di Adolfo de Berenger, che ogni buon forestale dovrebbe tenere sempre sul comodino, come un breviario, vi si legge invece quali sono le vere nostre radici culturali per le strade ed i fiumi.
I nostri antenati latini, di cui spesso, e a vanvera, ci diciamo degni discendenti, col misero orgoglio di un tempo che fu, ritenevano ogni fiume come un Dio. Per tale motivo, gli rilasciavano ampie fasce boscate lungo le rive, affinché “a mezzo dei quali (alberi) essa (la natura) procedesse da sé, e senza spesa dell´uomo, al coercimento delle correnti”. Se pensiamo a come vengono ridotti i fiumi, oggi, in nome della sicurezza idraulica, “ben dee” da noi “procedere ogne lutto”. I latini apponevano quindi dei confini, detti “termini centuriati”, oltre i quali non ci si poteva spingere col taglio.
Lo stesso per le strade, che avevano ai lati non solo dei filari, ma delle vere e proprie fasce boscate, dette “limiti viali”, da cui probabilmente il nome “viale” che ancor oggi viene dato alle sempre meno numerose vie alberate.
Questo è bene che si sappia, se si vuole tutelare il paesaggio storico italiano dalla barbarie culturale che caratterizza amministratori pubblici e dirigenti degli uffici competenti alla gestione dei corsi d´acqua e delle strade. Questo è bene che si insegni ai forestali, al soldo dei soldi, con un bagaglio culturale sempre più mediocre e miserabile.

Rosario Morena – Secondo me l’errore è stato proprio il passaggio di beni e competenze alle regioni durante gli anni 70′. I lavori che faceva il CFS in montagna non li fanno le regioni che assumono elettori. E il prezzo di tutto ciò lo stiamo pagando da qualche anno con alluvioni, frane etc. ad ogni pioggia.

Emanuele Cabriolu –  Le regioni ordinarie sono state istituite con 20 anni di ritardo mentre le deleghe costituzionali esistono dal 1948 a favore delle regioni autonome in particolare quelle per la Sardegna sono mutuate dallo statuto albertino del 1847 rimasto un secolo in vigore; suddette regioni hanno visto transitare uffici uomini e mezzi nonché competenze del cfs nel 1972 mentre il cfs e diventato altra cosa nel 1981 e 2004 corpo di.polizia generalista, mollando di fatto tutte o quasi le competenze tecniche alle regioni province comunità montane ecc mentre le regioni autonome le esercitano ancora tutte a cominciare dal settore marittimo demanio e pesca.  Si parlava della volontà dell’attribuzione ai cc del capitale tecnico forestale e di due strumenti conoscitivi, il sit della montagna e l’inventario forestale e riserve di carbonio che rischiano uno stop deleterio. Io so che l ‘IFC non e ancora terminato.  Sarebbe la fine certa di tutto il lavoro tecnico-forestale decisa per eutanasia! Un lavoro immane como il sit delle montagne italiane che necessita pure di essere implementato in tutte le sue componenti GIS ortofoto tavole dati rilievi ecc non troverebbe né l’ambiente adatto né il personale necessario subendone una interruzione temporale, tale da vanificarlo per gli anni a venire. Il Corpo Forestale dello Stato deve tornare… assolutamente… e ne frattempo evitare altri scempi e decisioni deleterie che ne saboterebbero un eventuale ripristino per sentenza.  Entro nel merito pure di elementi come il conflitto di attribuzione con le regioni e quanti cfs superstiti e quali materie di intervento ci debbano essere (io mi occupo pure di statistica forestale ed estimo): intendo no al nuovismo, le funzioni non si improvvisano, né si riparte da incerte funzioni o competenze. Qui si vorrebbe chiamare polizia ambientale una struttura uguale ai carabinieri o alla polizia e speculare e simmetrica ad essi con strutture reparti e competenze da reinventare e non si supera lo scoglio costituzionale delle regioni che invece hanno tutte le storiche competenze del cfs. Invece ripartendo dalle regioni regionalizzando e federando in un corpo forestale, federale nazionale (basta copiare i cfr e province autonome che conservano la struttura e gerarchia cfs ispettorati regionali , ripartimentali e comandi stazione) non c’è nulla da inventare;  non si può essere poliziotti o carabinieri generalisti e chiamarsi polizia ambientale. 

Purtroppo in Italia la volontà politica e’ piegata a mille interessi elettorali , manca una comunione di intenti trasversale di più persone, gli stessi cfs, eletti e no, non brillano certo di iniziativa al di la di generici proclami di intenti. Una volta si era pure detto con quel benedetto strumento della petizione di cavalcare o il disegno di legge di iniziativa popolare o l’estrema ratio del referendum abrogativo ma quando il ferro era caldo. Ora non restano che azioni molto limitate e pure ad andare incontro a una sentenza sfavorevole il 19 marzo: perché si sappia non e sufficiente abrogare il decreto madia ce ne vorrà un altro di riordino che dovrà essere emanato per forza dal governo. Ma da chi?? E come?.Anche i ricorsi di chi gradisce essere carabiniere dei gradi apicali rischiano di disarcionare la macchina prima di averla ancora ricomposta. E poi a chi fa comodo lavorare di più e studiare di più perché risorgano le competenze tecniche in materia forestale idraulica montana estimo antincendio ecc? Mi rivolgo soprattutto ai cd idonei che continuano la loro visione di cfs quale quello militare? O di polizia fotocopia pressoché moribondo , dove si entra direttamente a comandare senza aver fatto la trafila né un giorno di campagna nei reparti di prossimità?Io ho conosciuto i concorsi per guardia: un percorso lungo faticoso pieno di delusioni e soddisfazioni , ma chi mai sara disposto? Questi ed altri nodi dovranno essere sciolti con le poche risorse umane disponibili rimaste. Molti sono stati messi in quiescenza, altri non saranno più idonei o disponibili .La formazione il reclutamento le competenze le risorse… mi fermo qua. Ci vuole una forte iniziativa parlamentare da parte di autorevoli esponenti. Si vuole pubblicamente richiamarli alle loro responsabilità. E quando ? Non e questo o quello. 

Antonio Di Lizia – Una disamina quasi disarmante e tristemente esatta. Alla domanda finale l’unica risposta è sì, richiamarli alle loro responsabilità che dovrebbero travalicare le specifiche problematiche e mirate a più ampie visioni generali in cui la materia ambientale in senso generale sia il fulcro, l’obiettivo principe… Quando? Ieri era già tardi… Mi giunge notizia, spero non confermata, che il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo G. Centinaio stia per svendere un’altra costola del Corpo forestale dello Stato ai carabinieri: il Sistema Informativo della Montagna e l’Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi forestali di carbonio…
Non posso essere né sarcarstico né preoccupato ma solo arrabbiato…
Signor Ministro non aveva detto che voleva ricostruire il CFS?
Signori Parlamentari… non sarebbe il caso di congelare tutto il processo di smantellamento del Corpo forestale dello Stato almeno finché Voi al Governo di questo Paese e/o la Corte Costituzionale decidete qualcosa?
Quanti soldi dobbiamo buttare ancora in probabili inutili e inopportune spese?

William Formicola – Come Comune abbiano già dallo scorso anno dovuto chiedere gli accessi ai Carabinieri con notevoli problemi per cambio server e policy di sicurezza

Ettore Ilariucci – E tra un po’ non potrete più entrarci

Vincenzo Cesetti – Perché adesso a chi sono in mano tali sistemi tecnologici? Se era per loro stavano ancora con goggle heart.

 
Carmelo Guarnieri Labarile – Il passaggio SIM dovrebbe comprendere il versamento di tutti i dati di pg. Il resto torna al mipaaf

Gaetano Priori – Altre attività prettamente tecniche ad un Corpo militare? Mah!!! Centinaio che fai?

Gildo Oddis – È che ci fanno ci mettono un militare a guardare.Quando qualcuno capirà che i Carabinieri vanno ridimensionati? Forza armata o Forza di Polizia

Antonella Giordanelli – Per me i carabinieri si possono prendere e tenere proprio tutto ed anche di più, tanto sia che debbano dare 1000 servizi sia 1 solo sono generalisti talmente incapaci, inefficienti ed incompetenti in tutto da poter specializzarsi tuut d’amblè in tutte le specializzazioni esistenti e futuribili, stante la loro inesauribile capacità inventiva di convegni e conferenze stampa. Meteomont fa parte del SIM ed è rimasto in carico a Vincenzo Romeo , transitato nei CC …con che logica visto che il soccorso alpino e l’allerta meteo è passato in toto a GdF e a Protezione civile lo si è ben visto subito nel gennaio 2017 a Rigopiano dove il bollettino dell’allarme pericolo valanga 4 su scala 5 rilevato a Farindola non è mai stato comunicato al Comune nei 2 giorni precedenti la tragedia “prevedibilissima”, anzi PREVISTA ! Essendo il soccorso alpino del CFS passato alla GdF, anche il servizio meteomont dovrebbe essere curato dalle fiamme gialle e non dai carabinieri…….. e certo anche l’inventario carbonio non è andato ai VVF e mi pare che la spartizione degli abiti di cristo sia andato con l’unico criterio di seguire i funzionari, vedi l’elenco degli alberi monumentali che è rimasto alla Angela Farina che continua a (non) aggiornarlo stando in Minpaaf.

Francesco Gekido Ken Ugga – È una pura pressione mediatica dei CC che non gradiscono l’eventuale perdita di competenze importanti e quindi di soldi.
Tuttavia i carabinieri sono fallimentari in questo caso ancor prima di iniziare visto che l’IFN è una delle attività forestali che richiamano tutta l’esperienza di 200 anni di storia. Le autorità preposte a decidere finora hanno ripetuto fin troppe volte “questi 200 anni e non sono i cc”. In ogni caso se vogliamo ancora glorificarci e vantarci del verde esistente in Italia, l’ambiente deve essere strappato dalle mani dei cc.

Pasquale Pasquarella – L’esperienza dei 200 anni NON interessa alle Autorità preposte a decidere. No, un pò per ciascuno non fa male a nessuno. Il risultato non interessa a nessuno.

Maurizio Cattoi – da quando non c’è più la #forestalein Italia ogni piccolo incendio è diventato devastante. La riforma Madia ha spezzettato e scollegato tra loro le funzioni indispensabili ai forestali per garantire tempestività, massima efficienza ed economicità’ al sistema #antincendioboschivo, soprattutto a beneficio delle Regioni.
È necessario che il Governo e il Parlamento prendano coscienza della necessità urgente di ricomporre e unificare tutte le #competenze dei forestali. Io sto lavorando alacremente per avere il massimo consenso su un progetto innovativo di#poliziaambientalecivile che in tempi brevissimi presenterò anticipando la sentenza del 19 marzo della Corte Costituzionale.

Antonino Lomonaco – Alla fine di ogni estate… di ogni campagna di antincendio boschivo, la sensazione che provo è quasi di svuotamento. Dai picchi emotivi delle battaglie contro le fiamme, dall’orgoglio per i meriti di tali battaglie, che hanno salvato intere aree boscate e, quindi, vite di animali, vegetali, e del loro ecosistema, ci si ritrova infine congedati come se nulla fosse stato. Peggio ancora con quel persistente pregiudizio, pressato addosso, di “nullafacenti” sparpagliati nei boschi, meritevoli solo di esser eliminati come “categoria parassitaria”.Tutto ciò ha un sapore amaro, perché questi “parassiti”, di cui io faccio parte, hanno rischiato la vita e la propria incolumità per il “bene pubblico” e del proprio territorio.
Quest’anno, poi, può davvero essere annoverato come l’ “annus orribilis” per eccellenza. Si è partiti in ritardo, a luglio, quando, di norma si è già in piena emergenza incendi, e, per non semplificare la cosa, senza automezzi e dispositivi di protezione individuali. Questo perché, dopo un intero inverno e una intera primavera, non avevano ancora avuto alcuna manutenzione. Infine, ma al fine non c’è mai fine, si è pensato bene di ridurre il contingente di un bel 20% del personale. Una riduzione fatta senza alcun criterio di validità o di meriti, come se la nostra attività fosse un “gioco” qualsiasi e validissimi colleghi che negli anni hanno rischiato l’incolumità e la vita, si sono ritrovati all’improvviso fuori, come se nulla fosse mai stato.
La fortuna di quest’anno è stata la frequente ed inusuale piovosità che ha reso i terreni umidi e quindi meno esposti alla catastrofe di cui ci occupiamo.
Tuttavia ci rendiamo conto, purtroppo, che incombe su di noi una catastrofe ancora più drammatica, cioè a dire, la catastrofe di una categoria di politici incapaci di “leggere” il territorio e le esigenze della gente che in esso ci vive. Una categoria di politici che dovrebbero gestire questi territori e queste esigenze di sopravvivenza della popolazione ma che, purtroppo, vivono in un altro mondo rispetto alla gente comune. Questa “distorsione”, fra chi gestisce e chi viene gestito, alla lunga rischia davvero di risolversi in una vera e propria “rottura”, la quale non è mai foriera di belle cose. Il modo migliore per risolvere i problemi è, innanzi tutto, quello di aver coscienza di essi. In una Regione come la nostra, in cui è molto facile perdere il lavoro ma non trovarlo, non si può procedere aumentando questa tendenza: non si può procedere con la leggerezza di lasciare a casa persone che con otto o novemila euro riescono a sopravvivere, con la famiglia, per un intero anno! Quando dei dirigenti, o dei “consulenti”, o gli stessi politici”, quelle cifre le prendono in un solo mese!
Questa disparità è oscena!
Non si può procedere così superficialmente in una Regione, come la nostra, dove i terreni agricoli vengono continuamente abbandonati perché non riescono ad esser competitivi con i prodotti introdotti, da altri contesti, a costi molto inferiori. Ciò significa già perdita di lavoro! Ciò significa abbandono all’incuria di interi territori, i quali vengono invasi dalla vegetazione selvatica e da quella “mentalità” rapace, capace soltanto di rapinarne le risorse senza minimamente portare loro alcun valore. E dire che la Sicilia avrebbe un patrimonio territoriale, storico, ed umano considerevole, potenzialmente ricco, forse anche più che ricco!
Una classe politica dirigente dovrebbe introdurre sistemi virtuosi tali da esaltare le risorse esistenti, promuovere le attività lavorative, migliorare dando, soprattutto, l’esempio di parsimonia e di condivisione degli stenti in un momento difficile dell’economia.
Il contrario dà la certezza, invece, che ad esser “parassitizzata” è una intera Regione ed una popolazione piena di risorse ma tremendamente carente, sfortunata, accecata, da una classe che fu di gattopardi e di leoni, ma che oggi è piena di sciacalli e di iene (o, peggio ancora, di zecche e di pidocchi).

RICORRENZE QUOTIDIANE

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LUCA – chi porta con fierezza una divisa che non ha scelto ha solamente sbagliato concorso la prima volta…..

9 settembre 2015
BRUNO – I’ingegnere ha ribadito quale sarà il nostro futuro alla festa per la ricorrenza dei 60 anni del Centro Sportivo Forestale,dove si e presentato gongolante e addirittura alla ricerca di applausi e consensi.Secondo lui quella dell accorpamento con i carabinieri era l’unica strada da percorrere e grazie a questo la forestale non perderà la propria unitarietà…..ha ha ha……grazie di cuore allora!!!

31 dicembre 2016

GABRIELE – Vorrei poter mettere in fila un po’ di parole ed esprimere i bei concetti che ho visto sulle bacheche di molti amici e camerati che hanno condiviso con me quest’esperienza, ma non ci riesco. Non ci riesco perché oggi muore una parte di me. Una parte importante. Quella che mi ha fatto dedicare con la testa, il cuore e tutte le mie forze alla salvaguardia del nostro ambiente, della flora e della fauna. Che mi ha permesso di andare nelle scuole, a parlare ai bambini di educazione ambientale, di ciclo dei rifiuti, di Orso, di Lupo, di Aquila, di Cervo… insomma, una parte enorme di me, che negli ultimi dieci anni si è sposata ed incastrata perfettamente con la mia etica, la mia dignità ed il mio onore. Non so cosa sarà di me nei prossimi mesi, questo lo vedrò e lo valuterò attentamente non appena le cose si saranno delineate. Da domani, però, la mia vita sarà mutilata, la mia dignità calpestata, la mia volontà ignorata, i miei diritti stracciati, il mio amore infranto, il mio sogno spazzato via! In questo momento, come in tanti altri di quest’ultimo periodo, lacrime di rabbia e di tristezza scendono dalle mie palpebre. Tutto questo deciso da un governo di criminali massoni, al soldo dei poteri forti, che nessuno di noi ha mai eletto! Stento ancora a crederci…!

Oggi, dopo 196 anni, muore anche una bella fetta dell’onore italiano, rappresentato da un Corpo con una nobile missione, formato da persone mosse da una grande passione e da una forte vocazione. Il popolo ancora non si rende conto di quello che sta perdendo…
Perciò, detto questo, il miglior augurio che mi sento di fare questa sera, è che tutti i bastardi che hanno permesso che questa vergogna si perpetrasse, brucino nei secoli all’inferno tra atroci sofferenze, dopo aver visto tutta la propria famiglia sterminata da una pestilenza!
A questi loschi personaggi, sempre pronti ad anteporre la sete di potere ed il “dio denaro” alla cura ed al benessere del proprio popolo, voglio dire: Potete inventarvi manovre, storielle, filastrocche e slides, potete sopprimere, “razionalizzare”, smembrare, uccidere quello che volete, ma rassegnatevi, perché quest’Aquila non morirà mai! Quest’Aquila è dentro di noi!
QUEST’AQUILA SIAMO NOI!
Un giorno, il Popolo Italiano vi chiederà il conto, e sarà salatissimo!
Ora e per sempre,
EVVIVA IL CORPO FORESTALE DELLO STATO!

1 gennaio 2017
Filippo Pistone – Ebbene si dopo quasi 15 anni di servizio per lo stato passando per la dura naia negli alpini, i gloriosi anni nella mitica e dolce aeronautica militare ed infine il mio sogno forestale eccomi qua, pure io a dare un ultimo saluto alla divisa che ho indossato negli ultimi 8 anni di vita che adesso finirà accanto le altre impolverandosi dentro un armadio, ma è così che va l’Italia le cose funzionali vanno tolte complimenti governo disfattista. Adesso mi aspetta un nuovo viaggio quindi auguri a tutti i miei ex colleghi e tutte le forze dell’ordine, buon lavoro.
ALESSANDRO – Filippo ma sei uscito? Ho visto il tuo nome nella graduatoria della mobilità. Mi dispiace tanto perchè ti ricordo come un amante della montagna e della natura. In bocca al lupo per tutto!
Filippo Pistone – Ciao maresciallo, si ho scelto altro, ma tranquillo la natura è la montagna resteranno il mio hobby preferito. Grazie Ale in bocca al lupo anche a te.
FILIPPO – Durante la naja fanno imparare il proprio numero di matricola a memoria tra un attenti è un riposo perché per lo stato quello siamo…sai cos’ho passato anch’io nel mio piccolo nemmeno aver rischiato la vita all’estero conta qualcosa per lo stato….chiuse le porte in faccia e avanti un’altro…se non si raggiunge il servizio permanente! Mah va beh si dice che ogni cosa è destino! adesso non so che farai in che corpo vi assorbiranno? ti auguro un grosso in bocca al lupo per il futuro!
Filippo Pistone – Viva il lupo
SEBASTIANO – Ciao Filippo, ma scusami, non capisco. Ti hanno congedato?
Filippo Pistone – Ciao Sebastiano no semplicemente hanno cancellato il Cfs ed io andrò a svolgere un altro lavoro ma non sarò più un forestale.
SEBASTIANO – Mmmmm…Si sapevo che cancellavano,ma pensavo che il personale rimanesse a svolgere sempre le stesse mansioni in altro corpo.ma a quanto pare a qualcuno interessa fare solo cassa
Filippo Pistone – Ma che Seby, è stato uno spezzatino per il povero corpo forestale , chi in polizia chi ai vvf chi in finanza chi al ministero dell’ambiente e chi stufo come me è passato ad altre pubbliche amministrazioni
Sebastiano – Ad ogni modo buona fortuna e buon anno. Ad majora…. Semper
RO LORY – Filippo mi spiace tanto perché non è giusto che siano sempre gli altri a scegliere il nostro futuro spero che avrai tantissime altre soddisfazioni lavorative … ho sentito parlare che vi assorbirà il corpo dei carabinieri ???
Filippo Pistone – Si ma non a tutti Rocky, mi consola il fatto di continuare ad avere un lavoro che ho scelto io.
ANGELO – Auguri per il tuo futuro, alpini lo saremo sempre ricorda
DANIELE – Mi dispiace molto perche’ quando ti ho conosciuto giovincello mi sono reso subito conto di aver trovato una persona leale ed affidabile con cui ho condiviso anche la passione per la montagna e dopo la breve permanenza con noi sei riuscito a coronare il tuo sogno. Sii forte e supererai anche questa!!! Un abbraccio amico mio
DANILO – In bocca al lupo paricorso per la prossima avventura, mi dispiace tanto per come il corpo forestale è stato trattato, gente come te non lo meritava.
PASQUALE – Dai Filippo, ritorni militare… tu lo sei stato e ne sei stato anche uno esemplare… lo stato toglie, lo stato da… lasciando credere a tutti i cittadini di aver fatto grandi tagli…
ALFREDO – Che fregatura Pippo! Abbiamo aspettato così tanto per avere gli alamari del glorioso e centenario Corpo Forestale e poi nel giro di qualche mese l’hanno soppresso. Che amarezza. Ti faccio un grande in bocca al lupo Filippo!!! Sei in gamba e sono sicuro che riuscirai anche in altri ambiti!!
Filippo Pistone – Grazie a tutti per gli auguri e gli in bocca al lupo, leggendo i vostri commenti è come volare nel tempo visto che a scrivere siete alpini forestali ed ex colleghi dell’Aeronautica, oltre agli amici, buon anno a tutti.

ANNO 2018
Delia Cimmino – … Grazie di quello che rappresentate per la nostra amata terra Campana e per la nostra Italia… Grazie per la speranza che dal vostro prezioso impegno deriva per tutti, perché siete rimasti veramente l’ultimo spiraglio di luce nel buio di questa terra afflitta dall’irresponsabile ingordigia umana che facendo ricorso al malaffare ha determinato i disastri ambientali per i quali oggi piangiamo le nostre vittime … E noi siamo al vostro fianco, come sempre, per incoraggiarvi e sostenervi in tutte le vostre battaglie che sono anche le nostre… Avanti tutta caro Sergio … Il Signore che è dalla parte dei giusti, vi sia accanto e benedica ogni giorno il vostro importante lavoro.

MARGHERITA – L’inutilità in persona, vagare come uno zombie in un posto che non sentirò mai mio, incrociare gli sguardi persi dei miei colleghi di sventura, gli unici che capiscono come mi sento! Questa è la mia quotidianità ..
GAETANO – speriamo di uscire da questo incubo
ANGELA – Non lo so quando passa. Vorrei dirti “subito” ma non posso. Ogni giorno è peggio.
PIER EDOARDO – Sono proprio triste..ma tanti excfs si sono adagiati. Sono molto stanco interiormente e il dispiacere non scema, soprattutto al pensiero che i furfanti, i lestofanti, i loro sicofanti e gli infanti l’hanno avuta vinta e con vantaggio . Una vita di guerra per vedere la rovina della mia casa. Pazienza , una giustizia ci sarà. Spero che la Corte si decida a decidere.
ROSSANO – La Forestale è sempre stata nel mirino dei politici, all’epoca si rischiava la regionalizzazione. L’essere sempre presi di mira dai politici era l’unica medaglia che ci interessava appuntare al petto, almeno a noi della truppa. Si studiavano materie quali legislazione forestale, botanica, dendrometria, tecniche di lotta agli incendi boschivi, meteorologia, selvicoltura e molte altre. Il CFS era un Corpo tecnico con funzioni di polizia. I problemi ci sono sempre stati ma ci si sentiva realizzati e si svolgeva un lavoro che ti faceva sentire utile a te stesso e agli altri. La testa è sempre stata ingarbugliata ma ci sono sempre state 2 cose che la rischiarivano: il bellissimo verde con l’evocativa scritta “forestale” e la terra rossa dei campi da tennis. I colori plumbei non fanno per me. C’è modo e modo di fare le cose ma sentire per 2 anni le solite litanie è davvero difficile: “ormai hanno fatto tutto”, “non cambierà nulla”, “indietro non si torna” ed altre boiate simili sono frasi che dovrebbero essere indigeste per tutti coloro che i tacchi li sbattevano si, ma per togliere fango e cenere dagli scarponi. La militarizzazione coatta di gente di mezza età non viene effettuata neanche nella Corea di Kim Jong un. Non veniva effettuata neanche nel Cile di Pinochet. È stata effettuata in Italia, ormai in tempo di pace da 70 anni. Agli italiani non frega nulla ma la compressione e rimozione di diritti basilari prima o poi interesserà pure loro, la strada è quella. Lo so, sono pesante e ripetitivo ma il rospo è sempre lì, in qualche punto dell’esofago. Amici e parenti neanche ti stanno a sentire, neanche fanno lo sforzo di capire ma li comprendo, certe cose sono complicate da sviscerare se non ci si è dentro con la testa e magari hanno altro a cui pensare. Comunque questo è. Ringrazio il Corpo Forestale che mi ha tirato fuori dai guai della disoccupazione 18 anni fa (escluso il manipolo di individui che poi l’hanno tradito) e ringrazio quei colleghi che non conoscono la parola compromesso, persone integre e bellissime, lo zoccolo duro che ti riconcilia col mondo. Sono quasi 20 mesi che si sono spartiti personale e mezzi ma ancora circolano le vetture con le vecchie livree verdi. Per chi ha vissuto quei colori, vederli ancora in giro è la classica beffa ad oltranza dopo il danno. Questa fase del limbo è interminabile, pesante e paralizza esistenze. Sarebbe ora di piantarla con queste vessazioni psicologiche verso il personale forestale e sarebbe ora che venisse fissata la data di discussione dei 3000 ricorsi. Tanto la tattica dell’oblio e del decidere di non decidere non funziona.

ANTONIO – Un giuramento è legato alla divisa che indossiamo. Per quanto mi riguarda quando, in ritardo per via delle pratiche di proscioglimento dalla P. di S., entravo nella scuola del Corpo Forestale dello Stato di Cittaducale, correva l’anno 1988. Qualche mese dopo, pur avendolo già fatto in polizia, fui ben felice e fiero di ripetere la formula del giuramento. Oggi mi chiedo in quanti hanno fatto spergiuro… ma potranno mai ritenersi peccatori o lo sono coloro che li hanno costretti?

MASSIMO – Le aquile aspettano il vento a favore per tornare a volare. Siamo dormienti, non spenti.