UN TRANQUILLO 12 LUGLIO

Nadia e i suoi spiriti guida.jpg

Un anno fa: proprio nel mentre sto partendo per Vallombrosa, accolgo gioiosa la telefonata dell’ archeologa docente di lettere antiche, colonna portante del Comitato ForestaForesta, ma la comunicazione di Nadia Bosi non riguarda il patrono dei Forestali ma qualcosa d’imprevisto per tutti e si chiude con un “non voglio morire”. Mi sento morire e digito il numero telefonico per riudire la voce con cui mi consultavo quando mi giunse il pianto per l’ucci sione di Daniza: anche ora mi puntello alla fermezza di chi riveste la divisa forestale…anche ora che le purghe punitive patroniane contro la dirigenza dissidente gliel’hanno tolta di dosso condannando un ottimo comandante Forestalea in un corpo meraviglioso come quello dei VVFF, mortificato da uomini con carica al vertice il cui intelletto ha una soglia attentiva che non supera i cinque minuti.
12 luglio 2019: da oggi in poi sarà ripercorrere con la mente la via percorsa giorno dopo giorno fino al primaverile estinguersi d’ogni speranza. Così guido quasi per inerzia sulla strada che sale a Vallombrosa, operai la stanno asfaltando e il mio ritardo aumenta ma la giovane Forestale appena scorge la mia aquila dorata appuntata sul petto mi apre il parcheggio riservato alle autorità. Mi racconta del nonno che affermava che uno dei tre piedi su cui si poggia lo Stato italiano è l’Arma… e il triangolo è figura stabile e definitiva. Poi le si illuminano gli occhi ricordando quanto imparato da Sergio Costa a Castel Volturno. Sento il bisogno di contatti umani spontanei ed evito d’ascoltare discorsi ufficiali: ho già incontrato il gen. Agovino in altre chiese e ho apprezzato la sua sensibilità perfettamente inquadrata nella concezione militare di vita… e di morte. Quindi aspetto la cerimonia della donazione dell’olio per entrare nella basilica che non è affollata: l’ecclesia è variopinta perché le persone in divisa occupano solo i primi banchi vicino all’altare. Quest’anno a portare il grigioverde forestale sono tutti giovani vigorosi, belli e raggianti, ma tra loro non parlano italiano… Dal coro fluisce quieto e struggente: “Olio che consacra, olio che profuma” …la lontananza sembra sublimare l’affiatamento. E l’abate Casetta, in cui ogni gesto e parola sembra ispirato in un disegno superiore, invita tutti ad entrare senza alcuna formalità e gerarchia nella cappella di san Giovanni Gualberto e così proprio l’assenza d’ordine e privilegio tocca tutti con lieta commozione. “Olio che brucia le ferite, olio che illumina” … quanto è lontana la terra salentina ferita mortalmente nei sacri ulivi che bruciano in questo momento. E quanto sono lontani i forestali di Romano Masè che l’anno scorso mi impedivano fisicamente l’accesso alla cappella di san Giovanni Gualberto perché, da madre che fui per i miei cuccioli, difesi le madri orse piangendone gli orfani a cominciare da F20, che cresciuta senza l’educazione di mamma Daniza, senza averla accanto per crescere il suo primo orsetto, vaga con una zampa amputata tra frutteti e campi di mais per procacciarsi in qualche modo sostentamento per il piccolo che non può difendere nè da uomini nè da orsi. La deontologia perversa della forestale trentina vieta di soccorrerla poichè è votata allo sterminio sia attivo che omissivo. Quante peculiarità caratterizzano inesorabilmente queste valli chiuse al mondo! per esempio, ovunque gli orsi dei progetti LIFE sono nominati e non etichettati con immemorizzabili numeri. Già perché ora in Trentino si è smesso addirittura di usare sigle che quantomeno evidenziavano la genealogia ursina, così come nei rapporti orso annuali si è smesso dapprima di comunicare la consistenza numerica degli orsetti, poi addirittura di censire le cucciolate per infine non rendere più pubblico il rapporto orso! Non sappiamo se tali decisioni dipendono dal dirigente fauna della Provincia di Trento o dal comandante provinciale della forestale trentina ma sappiamo che entrambi hanno il medesimo nome e cognone del responsabile dell’agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente: Romano Masè …e non è omonimia ma proprio tutto ciò che viene perpetrato e controllato nell’agrosilvopastorale trentino è riconducibile a quello stesso nome. Curiosamente tale nome è pressoché sconosciuto al Corpo Forestale di Bolzano che mi ha precisato di avere contatti sia con i colleghi austriaci che svizzeri poiché la fauna non conosce nazionalità politiche, ma di non aver alcun rapporto con i confinanti trentini…Codesta provincia autonoma di Trento a cent’anni dalla grande guerra è così lontana dall’Italia e dall’Europa !
L’inno di Mameli suonato dagli ottoni sul sagrato di Vallombrosa risulta consono, quanto era stato impertinente il repertorio della fanfara militare all’interno dell’Abbazia nel 2017. Apprezzo la maggior attenzione posta all’acustica e all’opportunità e ne ricevo in cambio un aneddoto: il padre del direttore fu quel semplice agente forestale che condusse un giovanissimo ufficiale Sergio Costa a fare le prime martellate sul casertano. La naturale grandezza e la spontanea umiltà sempre suscita ammirazione. E pensare che da quello stesso corso è uscito chi, pensionato dopo un ben meno brillante comando, ha intrapreso carriera politica, ritenendo da neoeletto di non aver alcun bisogno di consultarsi con giuristi e legislatori per ipotizzare un disegno di legge che infatti ripropone la fallimentare idea d’accorpare la forestale a quella polizia di stato generalista che mai ha inteso diventare territoriale, contendendo spazi (ed ora anche mezzi, immobili e funzioni) ai Carabinieri! La storia del CFS degli ultimi anni è un delirio di mediocri esaltati che affidano la salvezza di un intero Corpo dello Stato ad argomentazioni valide di fronte ad un tribunale del lavoro, non certo degne d’esser confutate dalla Corte Costituzionale, che infatti con nonchalance ha ammollato lo schiaffo morale. Per quanto previsto, è stato umiliante: io speravo la Consulta procastinasse ancora per poter anticipare la sua sentenza con il giudizio orientativo della Corte europea per i diritti umani a cui il Comitato ForestaForesta si è rivolto senza porre inutile tempo in mezzo già nel marzo 2017 con ricorsi che procedono tutti positivamente.
Ma la giornata è serena, senza alcun conflitto emozionale: anche giovani OTI appena assunti prendono atto che ognuno custodisce testimonianze e feticci del CFS con rassegnato affetto. L’anno scorso invece v’erano ancora motivi di turbamento che solo nel pomeriggio trovarono un momento di pace nel concerto tenuto sul “pratone” tra gli alberi. Telefonai a Nadia rimanendo muta perché ascoltasse il coro che avevo davanti mentre intonava “Signore delle cime”. Senza la sua intelligenza non riesco più ad essere operativa ed obiettiva. Nella sua forma mentis mi accoccolavo rassicurata ed ora senza la sua bellezza, la mia forza ha perso volontà e orientamento. Rimango nell’anfiteatro d’abeti ad ascoltare il silenzio mentre dal cielo cade qualche lacrima. Poi la passera d’Italia e il balestruccio che ho con me chiedono prepotentemente d’essere imbeccati. Si potrebbe credere che il Caso mi abbia fornito di un esempio didattico sulle differenze tra passeracei e rondidi per il generale posto al comando del CUTFAA: il caro Antonio Ricciardi a suo tempo scambiò il rondone che avrei involato di lì a pochi giorni per un passero… Ricciardi, uomo che ha l’entusiasmo d’apprendere che contraddistingue gli intelletti sicuri e gli animi grandi… ma quest’oggi non ho ritenuto funzionale mostrare nulla ai successori di passaggio.
A sera, lasciando Vallombrosa noto che in poco tempo tutto è stato asfaltato in modo ordinato ed uniforme.
                                            prof.ssa Antonella Giordanelli

 

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