DISSESTO

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Alessandro Bottacci – le foreste sono un patrimonio intergenerazionale e per questo motivo chi vi opera ha una responsabilità anche nei confronti delle generazioni passate che le hanno tutelate e di quelle future che hanno diritto a fruirne.Gli ecosistemi forestali sono ecosistemi ad elevata biocomplessità, la cui ricchezza e stabilità è strettamente legata non solo alle diverse specie 
presenti ma anche, e soprattutto, ai legami che si instaurano tra di esse. L’instaurazione di un elevato numero di legami è a sua volta favorita dal tempo e dall’assenza o limitatezza di disturbo (da tagli, pascolo, incendi, movimenti terra, inquinamento, cambiamento climatico, ecc.) Possibile che la gran parte di noi forestali non riesca a capire (talvolta neanche a concepire) il valore delle foreste lasciate allo sviluppo naturale indisturbato?
I boschi amano essere abbandonati.
L’uomo può ricavare da essi il materiale che serve alla vita a due condizioni:
1) operare solo su boschi evoluti, quindi evitando di intervenire su boschi giovanissimi come accade nel taglio ceduo
2) ridurre al minimo il disturbo causato con le pratiche selvicolturali, qualunque esse siano.
Gli alberi invecchiano le foreste crescono

Alberto Abrami – La nuova legislazione forestale nel decreto 3 aprile 2018 n.34 non pare affatto compatibile con la norma costituzionale che attribuisce alle Regioni la competenza esclusiva residuale in materia di foreste. Le caratteristiche fondamentali della nuova normativa rispetto al pregresso decreto n.227 del 2001, che viene abrogato, vanno in contro tendenza. Il bosco infatti, non viene più considerato come un ecosistema, valorizzandone i servizi di natura ambientale, quanto come produttore di legname-secondo un disegno strategico- obbligando il proprietario del bosco al taglio degli alberi con una disposizione di dubbia legittimità costituzionale. C’è perplessità per come il decreto preveda la possibilità, in contrasto con la conclamata volontà di estendere le superfici boscate, dell’eliminazione della vegetazione arborea già oggetto di rimboschimenti volontari realizzati su terreni agricoli, indipendentemente dalla presenza del vincolo idro-geologico, che non viene preso in considerazione, senza l’autorizzazione dell’Autorità forestale. Infine il parere di competenza espresso dalle Commissioni parlamentari è stato manifestato, contrariamente alla previsione costituzionale, quando le Camere erano state sciolte in vista del loro rinnovo.

Renzo Motta – La proposta di decreto ha ricevuto il parere del Consiglio di Stato (21 dicembre 2017) che oltre a non aver trovato incongruenze con la normativa vigente e i principi costituzionali, ha evidenziato positivamente le scelte tecniche introdotte per contrastare il crescente fenomeno dell’abbandono gestionale e per promuovere il ripristino e il mantenimento dei servizi eco sistemici delle formazioni forestali, con particolare riguardo alla funzione di difesa idrogeologica, di regimazione delle acque e del mantenimento della loro quantità e qualità. A questo si sono aggiunti i pareri  da parte delle  Commissioni parlamentari competenti per materia (Agricoltura del Senato e Ambiente e Agricoltura della Camera) e per i profili finanziari da parte delle Commissioni parlamentari Bilancio e Semplificazione. In questo contesto l’Ufficio di presidenza congiunto delle Commissioni Agricoltura, e Ambiente della Camera ha richiesto, anche se non previsto dalla delega, una serie di contributi scritti a differenti soggetti da utilizzare per l’approvazione. Le osservazioni (raccolte in un dossier di 130 pagine) sono state esaminate e valutate in sede di dibattito dalle Commissioni, insieme alle osservazioni politiche di Senatori e Deputati per poi essere sintetizzate in un unico documento. I pareri non recepiti sono stati pochi ed hanno sempre riguardato la coerenza tecnica e applicativa sulla materia settoriale trattata dal decreto. Il decreto deliberato in versione definitiva dal Consiglio dei Ministri il 16 marzo 2018 e inviato alla firma del Presidente della Repubblica per la sua promulgazione.

Carlo Quercophilus Papalini – Sulle funzioni consultive, il CDS può esprimere pareri su richiesta degli organi della Pubblica Amministrazione sulla legittimità e il merito degli atti amministrativi di Governo. Diverso è il controllo di legittimità costituzionale accentrato in un unico organo la Corte Costituzionale.
Si tratta di un sindacato di verifica che avviene sempre su leggi o atti già in vigore.

Ernesto Crescenzi – Neanche tanto breve, ma veridica storia della tutela dal dissesto idrogeologico nel Bel Paese.
Nel 1923 l’Italia si dota di un importante provvedimento su questo delicato tema. All’art. 1 del Regio decreto 3267/1923 venne scritto da Uomini saggi, politici e tecnici che probabilmente ritenevano che questo Paese avesse già sofferto all’epoca un numero di disastri sufficiente: “Sono sottoposti a vincolo per scopi idrogeologici i terreni di qualsiasi natura e destinazione che, per effetto di forme di utilizzazione contrastanti con le norme …., possono con danno pubblico subire denudazioni, perdere la stabilita’ o turbare il regime delle acque.”.
Ecco il dissesto idrogeologico, spiegato in modo semplice ed in poche righe. Frane, erosioni, alluvioni, valanghe, mareggiate: tutto, a ben vedere, vi rientra; importante la sottolineatura del danno pubblico (che tanto spesso, in questo campo, ancor ci affligge).
Fondamentale l’attenzione che la norma dà, alla corretta gestione dei terreni rurali e, soprattutto, dei boschi.
L’applicazione di questo provvedimento non fu altrettanto lungimirante; il vincolo riguardò solo parte del territorio. Per semplificare: si vincolarono più i terreni dai quali il dissesto si generava (montagna, zone in pendenza etc.) che le aree dove il dissesto poteva apportare danni (a valle). E ciò anche per la delicata concomitanza con le competenze di altri Uffici, in tema di tutela idraulica (tale tutela era stata regolamentata già nel 1865, e poi rivista nel 1904).
Il vincolo solo parziale del territorio italiano in tema di dissesto idrogeologico, consentì nel tempo, in particolare dopo la II Guerra Mondiale, l’edificazione appena al margine delle zone vincolate (ed in diversi casi anche in quelle). Lo sviluppo urbanistico spesso caotico del territorio era regolato dall’industrializzazione e dal concomitante fenomeno dell’abbandono di massa della montagna, a favore dei centri urbani.
Tralasciamo le norme, pur importanti e fondamentali, che negli anni ’70 portano alla nascita delle regioni e focalizziamoci sul territorio. Per sanare una situazione di occupazione degli spazi ben poco pianificata, la Legge 28 febbraio 1985, n. 47 “Norme in materia di controllo dell’attività’ urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie” introduce il primo condono edilizio per opere già esistenti; ed anche la procedura per la sanatoria delle opere ancora a farsi.
Nello stesso anno 1985, per ovviare alle criticità che la legge edilizia avrebbe potuto generare, un Luminare a cui sarà intitolata la Legge, il Prof. Giuseppe Galasso si fa promotore di un fondamentale provvedimento di tutela del paesaggio: la Legge 8 agosto 1985, n. 431 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 giugno 1985, n. 312, recante disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale. Integrazioni dell’articolo 82 del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n. 616.”.
Vediamo un po’ alcune delle aree che furono tutelate dalla legge del paesaggio italiano.
– i territori costieri compresi in una fascia della profondità’ di 300 metri dalla linea di battigia, …;
– i fiumi, i torrenti ed i corsi d’acqua ……, e le relative sponde o piede degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna;
– le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole;
– i territori coperti da foreste e da boschi, ancorche’ percorsi o danneggiati dal fuoco…;
– i vulcani.
Elenco questo sottoinsieme di voci per sottolineare come la Legge Galasso abbia di fatto rappresentato per questo Paese, oltre che una forma di tutela della sua esteriore bellezza, anche una importante ed avveduta norma di tutela dal dissesto idrogeologico:
– tutelare 300 metri dalla linea di battigia significa impedire che si costruiscano – in modo scriteriato – case nella prima zona a rischio, in caso di mareggiate (vedere i danni recenti lungo la costa in Liguria);
– tutelare una fascia di 150 metri al lato dei fiumi significa impedire che si costruiscano case – in modo scriteriato – nella prima zona rischio, in caso di alluvioni (Casteldaccia purtroppo insegna, o meglio, rammenta nuovamente);
– tutelare la parte alta delle montagne significa impedire che si costruiscano case – in modo scriteriato – in zone a rischio di valanga o di flussi di detrito, etc. (Rigopiano, posto circa a 1200 metri di quota, purtroppo insegna);
– tutelare i boschi significa impedire la destabilizzazione dei terreni, con sviluppo di frane ed erosioni (e con collegato impatto anche sulle alluvioni);
– tutelare i vulcani, infine, significa impedire che si costruiscano case in zone caratterizzate da terreni noti a livello internazionale per generare talora fenomeni devastanti (ricordo la tragedia di Sarno, in Campania: i terreni che seppellirono ben 160 malcapitati erano di origine vulcanica, anche se ammantavano montagne calcaree prospicienti al Vesuvio).
Noto che non è prevista una quota minima per la tutela paesaggistica dei vulcani. Si potrebbe fors’anche sostenere che, se un edificio vulcanico sorge in mare (facciamo un esempio: l’isola di Stromboli) questo sia tutelato dallo Stato, dal punto di vista paesaggistico, anche sott’acqua, almeno per la parte di edificio vulcanico che ricade nelle 12 miglia marine delle nostre acque territoriali.
Poi, vengono emanate altre norme:
– la Legge 183/1989, Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo, tanto decantata all’epoca, da qualcuno ritenuta un ambizioso tentativo di cementificazione degli alvei, i cui effetti non sono stati tuttavia eccezionali, né hanno portato a ridurre in modo significativo i danni nel settore;
– il D.Lgs. 152/2006, che all’art. 54 dà una nuova definizione di dissesto idrogeologico: “la condizione che caratterizza aree ove processi naturali o antropici, relativi alla dinamica dei corpi idrici, del suolo o dei versanti, determinano condizioni di rischio sul territorio”: ormai ci vuole davvero un professionista di settore, per capire di cosa si sta parlando; ma sempre di frane, erosioni, alluvioni, valanghe e mareggiate, si tratta.
Al parte il creare e smantellare Autorità e relative competenze, con un notevole rischio di caos amministrativo, le tutele però nel tempo non cambiano.
Al di là di notevoli recenti iniziative in tema di resilienza delle comunità (iniziative di informazione ai cittadini su come non creare dissesti e/o cacciarsi nei guai), di qualche misura agricola finanziata con i fondi della Comunità Europea, di qualche intervento ineludibile, ma di sapore locale, l’unica, fievole luce per orientarsi nella tenebra che ottunde il Paese sul tema del rischio idrogeologico restava, fino a qualche giorno fa, il vincolo paesaggistico a suo tempo istituito dalla Legge Galasso (oggi ribadito nel D.Lgs. 42/2004).
Oggi tale vincolo, in qualche zona del Paese sembra cadere; ciò avviene proprio nel Golfo di Pozzuoli, dove anche l’indimenticabile Prof. Galasso recentemente ci ha lasciati al nostro destino (nato a Napoli, nel 1929, e morto a Pozzuoli, a febbraio di quest’anno: bisognerebbe averlo ascoltato, almeno una volta nella vita, parlare di urbanistica e di paesaggio).
Bisognerà vedere se questa norma reggerà – “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Marco Pezzotta – Il progetto di legge è incommentabile. L’interrimento degli alvei esiste; a monte di dighe e briglie e lungo alvei arginati (che diventano pericolosamente pensili). Insieme ai prelievi di ghiaia e alle opere (porti e altre ostruzioni al libero fluire delle correnti marine) è la causa vera dell’erosione delle spiagge. Certe ideone parlamentari fanno parte dei soliti atti di sciacallaggio: si approfitta dell’ondata emotiva che segue una disgrazia per demolire leggi di salvaguardia ambientale, lacci e laccioli alla libertà di singoli a lucrare alle spalle della collettività. L’abbassamento degli alvei è normale! Il fiume fa il lavoro suo. Altrimenti non esisterebbero le valli fluviali! Pensare di contrastarlo è contronatura. Il problema sono, ancora una volta, le nostre opere; rigide e collidenti con la naturale dinamica geomorfologica. Aggiungo che a monte di dighe e negli alvei pensili il sedimento potrebbe essere dragato. Ma solo lì! E quello è fatto per lo più di melma che non interessa a nessuno dragare!!!! Il ‘progetto di legge’ ( mi fa ribrezzo chiamarlo così) farebbe fiondare le ditte a prelevare utile ghiaia esattamente dove il dragare farebbe danni catastrofici e dove non ce n’è assolutamente bisogno

David Diani – La casse di esondazione, queste sconosciute…. Che poi è strano perché anticamente le marcite ossia le risaie erano proprio usate come casse di esondazione. Lungo molti fiumi Italiani ci sono sia Cave abbandonate che possono essere usate come casse di esondazione semplicemente collegandoli ai corsi fluviali e sia molte risaie abbandonate che possono essere usate allo stesso scopo


Mauro Cheli – Ogni volta che piove è un disastro….la nostra Italia bella distrutta ….. Scene di distruzione ovunque…. quando al nord, quando al centro, quando al sud……che dire…..non c’è più niente da capire…..non c’è più niente da dire…..solo tanta tristezza nel cuore, per chi ha dedicato una vita a salvaguardare nel miglior modo possibile, il territorio…..tanta tristezza…..e dire che gli antichi trovavano nell’acqua l’elemento per confrontarsi con le loro entità divine….. penso per esempio al Lago degli Idoli….c’era tanto rispetto per l’acqua e si cercava di utilizzarla, regimandola a modo…..non abbiamo voluto imparare niente, convinti come siamo di poter fare il nostro comodo……… di essere i padroni del mondo……e di essere anche padroni infine, della vita e della morte. Siamo solo divenuti una civiltà di “sciocchini”……. null’altro.

Renato Bortot – il problema non sono gli alberi caduti , il problema è l’aumento di intensità dei fenomeni atmosferici causato da anni di inquinamenti ,, di questo ne avevano parlato estesamente degli scienziati ancora 20 anni fa e tra l’altro dicevano che l’Italia sarebbe stato una dei paesi più colpiti in Europa a causa delle sua configurazione geografica ,.. mi ricordo bene queste cose che ho letto tanti anni fa ,, quindi non pensiamo troppo a quello che è successo ma invece a quello che accadrà ancora nel prossimo futuro ,,  

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