SONO UNA TROIA

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Il lessico per i bovini si differenzia fin dopo la nascita di vitelli/e.
Le femmine diventano MUCCHE a cui spuntano corna da difesa subito tagliate senza anestesia (all’interno ci sono terminazioni nervose sensibilissime) e sottoposte all’ inseminazione artificiale in modo che partorendo le ghiande mammifere secernano latte (sì le tette/mammelle entrano in funzione per un paio di mesi esclusivamente per la nutrizione del neonato, non sono strumento attrattivo estetico/sessuale né organi di produzione lattea acciocché credano mammiferi umani). Quindi le madri sono chiamate VACCHE termine che nessun timorato benpensante userebbe per una madre di famiglia che, indossando reggipetto sui seni avvizziti allo svezzamento del bambino, lo ingozza con latte vaccino, quello che i vitelli neanche appena partoriti hanno mai succhiato: gli umani glielo hanno subito sostituito con una generosa sbroda salatissima le cui conseguenze sono sete continua quindi alimentazione forzata e rapido accrescimento di peso. La nurse è stretta e buia in modo che il cucciolo non si alzi sulle zampe e le sue bianche e tenere carni macellate siano prive di ferro e muscoli al fine d’ essere cucinate con cura per ogni umano dentino, così innocuo ed inetto rispetto alle feroci zanne dei carnivori.
Intanto l’uomo munge e ingravida la vacca. Il ciclo naturale di vita di un bovino supera i vent’anni, ma la mungitura delle vacche che tra i 2 e i 4 anni non si reggono più in piedi per le continue gravidanze è antieconomica, quindi con una bolla d’accompagnamento che le identifica “animale punzonato a terra” vengono trasportate al mattatoio: la punzonatura di tutti gli orifizi garantisce che durante il viaggio gli organi interni non prolassino sporcando camion e strade ( la trasgressione alla norma è provata da feti di vitello trovati in carreggiata autostradale), mentre la dicitura “a terra” impone la manovra di scarico tramite ragno automatico (quello degli sfasciacarrozze). Onestamente la carne bovina è venduta a basso prezzo.
I maschi invece hanno destini diversificati a seconda dell’utilizzo che comunque comporta il taglio definitivo di contatti fisici con qualsivoglia femmina bovina al momento dell’espulsione del loro sacco amniotico (nonostante il reciproco richiamo sonoro duri incessante): alcuni diventano manzi poiché la mole maggiore consiglia di rimandare di qualche mese la macellazione; pochi,e sempre meno, vengono castrati come buoi da lavoro; pochissimi lasciati in vita come tori da monta su marchingegni che ne raccolgono il liquido seminale per la riproduzione in provetta. Però tra i finanziamenti all’agricoltura, la UE stanzia un fondo per circa ottanta allevatori di tori, tutti concentrati nella cattolicissima Spagna, dove vari enti di turismo e spettacolo gestiscono innumerevoli feste religiose che prevedono tutte la pubblica e corale tortura di animali d’ogni genere, specialmente giovani tori, preventivamente sfiniti e invalidati da apposite sevizie.

A partire dalle chiese rupestri sul Galgano dove l’apparizione del toro salvifico era ierofania dell’Arcangelo a tramandare la metamorfosi di Giove che rapisce Europa, mito costitutivo della nostra comune cultura, i riti lungo il cammino di Santiago degenerano nella vendicativa ferocia delle corride. Al contrario nell’Oriente sincretista la vacca è la sacra generatrice che rilancia con la sua voce in senso inverso l’AUM, suono-sostanza della divina creazione.

Tornando alla natura, ogni branco ha capacità di autodifesa ed ogni predatore teme le corna dei bovini, oltreché di capricorni e arieti (che non sono segni zodiacali ma i possenti maschi di capre e pecore). Lo sappiano gli animalisti che a pasqua riscattano il tenero agnellino che il furbo pastore gli rifila a prezzi ben superiori a quelli di mercato: in breve convivranno con un irsuto montone molto più grosso e territoriale di un cane da guardia!
Sappiano gli ambientalisti che se le greggi e le mandrie fossero composti da individui ambosessi non mutilati delle loro corna la gestione degli alpeggi non comporterebbe il rifornimento per i cani da guardiania e la manutenzione per i recinti elettrificati. Ma per l’ottimizzazione dei costi/ricavi all’allevatore non conviene accollarsi il “peso morto” dei bellicosi maschi, quando invece cani e recinti sono sussidi forniti da Regioni che non controllano il loro utilizzo e conseguente presenza fisica del pastore, ma indennizzano comunque i danni da predazione senza indagarne né modalità né tantomeno responsabilità in un territorio orbato di polizie provinciali e  specialmente del Corpo Forestale dello Stato!
Poi però le lamentose associazioni a tutela di agricoltura e zootecnia pianificano braccate di cinghialai con un armamentario tecnologico, un dispiegamento di forze e un’organizzazione strategica da far invidia alla NATO, per disintegrare un nemico che ha la potenza d’urto d’un Panzer dotato com’è di 4 zampe motrici, una mole di anche 100 chili, ben 4 zanne anteriori e l’estrema forza disperata di chi difende se stesso e specialmente i numerosi figli lattanti, incapaci di correre e mordere, mentre è accerchiato da decine di battitori, mute di cani e da sparatori in alto sulle antane, attrezzati per colpire un bersaglio ad un km di distanza.
Ma si sa tutti i suini maschi e femmine sono pericolosi, hanno denti atti a grufolare schiacciando ghiande (per questo gli allevatori glieli estraggono con le stesse tenaglie con cui gli tagliano coda e testicoli per praticità senza anestesia) e poi sono bassi e tarchiati quindi urtando le gambe di un uomo possono sbilanciarlo: ecco perché come uso dei vecchi contadini si immobilizzano in una gabbia contenitiva sdraiati a vita su un fianco in posizione parto e allattamento senza neanche un inutile volger la testa ai figli; del resto sono messi all’ingrasso come tacchini e le zampe non reggerebbero il peso (come accade a tutti quelli etichettati pollame che, pensate, sarebbero dei volatili con ali, le quali nell’avifauna non sono porzione povera rispetto alle cosce, ma arti per volare!). Ammetto che mi piace il maiale, specie quello del contadino a km zero quando si rincorre e gioca a saltare la cavallina con gli altri, liberi, agili, rosei,un po’ setolosi e molto allegri: sono una leccornia i tartufi che mi procurano!
La mia piccina all’asilo raccontò che indossando scarpe e vestiti miei drappeggiati con lungo strascico faceva la principessa nel castello giocando nell’abitazione col cancelletto sempre aperto di Serafino che mai insudiciò con uno scarto o uno spruzzo o un escremento la sua porcilaia. Fu grazie a questo legame di profonda stima con vecchi porci che ebbi un episodio rivelatore. Mi trovai acquattata tra due squadre convergenti di cacciatori che non si conoscevano e tuttavia si raccontarono reciprocamente mirabolanti imprese che mi venivano addebitate, mitizzando oltremisura me, vecchia pianista di peso 58kg per 1,62m d’altezza, nominandomi con epiteti nei quali onestamente non mi riconoscevo. Finché uno mi definì TROIA ed io sobbalzai di gioia identificandomi totalmente nella scofa, femmina e madre intelligente, socievole, giocosa, frugivora, mite, coraggiosa del maiale. Sì mi sento orgogliosamente troia ed oggi dò voce a tutte quelle femmine che subiscono violenza dall’uomo, solidale con tutte le donne in divisa che cercano di combattere ogni maltrattamento, vivendo una realtà professionale tanto più discriminante quanto più bassa è la presenza di personale femminile e più alta la esaltazione della virilità.

Antonella Giordanelli

  

 

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