Paradiso Autonomo Trentino ed altre morti

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Alessandro Cerofolini  – Mario Rigono Stern: Quanto mi mancano suoi nuovi libri.Quante ore trascorse insieme alle sue montagne, ai suoi boschi e ai suoi animali selvatici.  Quanta neve nei suoi racconti. Neve tragica della drammatica ritirata degli alpini dalla Russia, neve abbondante di lontani inverni rigidi in montagna e neve piacevole delle sue pas saggiate sul bellissimo altipiano di Asiago.
Ho avuto la fortuna di averlo conosciuto personalmente: un distinto e mite signore anziano alto, fiero e con lo stesso sguardo dolce di mio padre.
Stimava tanto noi forestali. Tanto da scrivere diversi racconti con i forestali di Asiago come protagonisti e da indignarsi con vera passione civile quando Bassanini e il PD ( sempre loro!) alla fine degli anni ’90 volevano sciogliere il Corpo forestale dello Stato. Ciao Sergente!

Giorgio Santilli – 13 agosto Il mio pensiero va al povero orsacchiotto ucciso dalla razza più bastarda: l’uomo!!….Ah ! E senza fare polemica dico che il Corpo Forestale dello Stato se dovesse essere “ricostituito”, dovrà essere solo ed esclusivamente appartenente allo Stato!! Abbiamo visto in Trentino come i Terence Hill devono obbedire al primo politico idiota di turno!…vergogna! !

Marta Frigo – Che cosa dobbiamo aspettarci da una Provincia che dopo aver preso i soldi dell’Europa, ora dichiara guerra agli orsi? E evidente che è in atto un progetto di eliminazione della popolazione a cominciare dalle mamme orso…e dato che ci siamo mettiamoci anche i lupi! Non dimentichiamoci che Dallapiccola è stato il responsabile del macello della Valsugana…..Non si può certo dire che i veterinari dei macelli abbiano a cuore la vita degli animali…

Marco Angeli – Che tristezza, ricordo che da bambino la Malga Valbiolo era ancora una vera malga, si produceva formaggio e il fischio delle marmotte era il sottofondo mentre si saliva al Passo dei Contrabbandieri. Ora gli stessi prati sono solcati dalle spianate delle piste da sci e intersecati dalle seggiovie

Nadia Bosi – Lo scempio di Valbiolo ( Tonale Trentino )
Incontro inaspettato. Sapevo del progetto, ma forse lo avevo rimosso. 150.000 metri cubi…. Ecco in atto gli scavi ( questa è zona di marmotte ….) per la realizzazione del più grande bacino dell’ arco alpino destinato all’innevamento artificiale. Non sono più i 500m di altitudine, ma i 2000, e questo non basterà per rincorrere un’attrazione turistica in lotta contro l’innalzamento climatico. Il progetto era stato bocciato dal Cipra, considerato vano da Mercalli, ma appoggiato dal nostro ambientalista Messner…!
( come aveva sottolineato Luigi Casanova )
Natura e Fauna sono sempre il primo pensiero della Provincia Autonoma di Trento.
Ora stiamo in attesa del Family Village (Tonale Trentino )

Cristina Corradini – Per capire le dimensioni future di questo. Per rendersi conto dello scempio. 100.000m2 è il Lago Coe. Ps. Il lago Coe verrà ampliato

Alessandro Ghezzer – lo so che è grande (dicono 108.000 m2, sarebbe la metà di Montagnoli) tra l’altro trovo la realizzazione del bacino di Coe davvero pessima‎ .

E poi ci sono i‎ Biotopi foglie di fico
Il Comune di Baselga di Piné fu il primo comune trentino a istituire un biotopo al Laghestel nel lontano 1971. Una guida naturalistica mi ha detto che nonostante questo il 90% delle specie rare è andato perduto. Intorno e perfino dentro il biotopo si continua a tagliare. Le coltivazioni di fragole insistono sull’area protetta, alcune perfino all’interno del biotopo.
Ieri ero al Biotopo Palù dei Mugheri in Fiemme. La zona è stata cava di estrazione di torba fin dai tempi remoti, e quindi ampiamente manomessa. L’area protetta odierna ha una estensione ridicola rispetto alla zona interessata dalle torbiere, dove si continua a tagliare imperterriti. Rovinando così continuamente non solo l’ecosistema ma anche le bellissime passeggiate nella zona. Riporto dal sito Pat: “La torbiera ospita una complessa vegetazione costituita da cuscinetti di sfagni su cui crescono molte specie rarissime dal carattere boreale e circumpolare. Tra queste vanno ricordate Andromeda polifolia, Carex pauciflora, Vaccinium microcarpum, Betula pubescens. Anche tra gli Insetti che popolano il biotopo vi sono specie rarissime, non rinvenute in altre località italiane; si tratta anche in questo caso di specie nordiche, come Agabus melanarius e Ilybius aenescens”.
Le forestali sono continuamente allargate e pavimentate con scarti di porfido per far passare meglio i camion per l’esbosco. I lavori forestali sono incessanti, continui, implacabili. La domanda allora sorge dunque spontanea: a che servono i biotopi, o le foreste certificate, se non come foglie di fico per sbaniderare una presunta tutela ambientale?
Tagliano tagliano tagliano
Diversi anni fa ho realizzato, con moltissima fatica, una mappa delle centrali a biomassa in Trentino. Non mi volevano dare i dati, accampando le scuse più strane: “non abbiamo dati”, “non possiamo darli per la privacy” eccetera, mi hanno tirato scemo per due mesi rimbalzandomi da un ufficio all’altro. Alla fine qualcosa ho ottenuto, dati parziali non aggiornati, incrociandoli con altri che ho trovato in rete. Questa è dunque una mappa parziale, che tuttavia dimostra bene, direi, il perché qui in Trentino si taglia come ossessi… Queste centrali devono andare 24h, sono delle xilofaghe voraci e perennemente affamate..

Lara Cappellaro – Certo…..ma il problema vero in realtà sono le deiezioni dei miei 15 cani che vanno raccolte in speciali vasche di cemento e i loro box non devono stare sul terreno ma su ghiaia sigillata ed isolata,da disinfettare accuratamente…..questo è nocivo per l’ ambiente mentre sventrare una montagna e distruggere un ecosistema è perfettamente lecito se c è chi paga bene

Marco Galaverni – Forza, sparate
Ho letto con attenzione il pezzo di Sallusti sugli abbattimenti di #lupi e le numerose motivazioni addotte, e devo ammettere che mi ha convinto.
È giusto, uccideteli, forza.
Così riaffermerete il diritto degli allevatori di lasciare pascolare allo stato brado i propri bovini sostenuti da ingenti finanziamenti pubblici, il divertimento di qualche doppietta nel portarsi a casa come trofeo il massimo predatore europeo, il dominio dell’uomo sulla natura e sulle paure ancestrali che ancora ci provoca, nonostante la nostra indubbia superiorità tecnologica, nonostante sia molto più facile morire per un morso di zecca, incornati da una vacca o sgozzati dal vicino di casa piuttosto che essere assaliti da un lupo.
Così finalmente tutto il paese sarà in pace, l’economia prospererà e saremo sicuramente più felici…o forse no?
Il fatto è che dopo aver sparato a qualche orso e lupo (di più non è possibile, anche applicando tutte le deroghe previste dalla Direttiva Habitat) sarete punto a capo. Anzi, avrete perso tempo prezioso.
Perché altri lupi arriveranno in breve ad occupare i territori lasciati vacanti da quelli caduti sotto le insegne della ‘gestione dei predatori’, gli allevatori che non avranno adeguato i loro metodi di gestione continueranno a subire perdite ingenti, i cacciatori saranno ancora più avversati da quella larga maggioranza dell’opinione pubblica che non tollera più che vengano uccisi esseri viventi solo per sport.
Con il risultato che non avrete affatto ridotto né i danni, né il conflitto sociale, come accade in Spagna e in Francia, dove si spara senza remore ma anche senza alcun effetto.
E quando tutti, in primis gli allevatori, si renderanno conto dell’inganno, se la prenderanno con voi, che anziché indicare l’unica strada possibile, per quanto complessa ed impopolare, della prevenzione, avete suggerito il vicolo cieco del fucile, che vi sarà valso forse un pugno di voti ma che dimostrerà presto tutta la vostra mancanza di saggezza.
Forza, sparate. Se è questo che volete ottenere, senza conoscere un briciolo di come funziona la natura nei suoi equilibri affinati da milioni di anni di evoluzione, lo otterrete senz’altro. Salvo poi continuare a lamentare che ci sono troppi cervi, troppi cinghiali, troppe marmotte, troppa pioggia o troppo caldo.
Se invece, come dichiarate pubblicamente, volete davvero garantire un futuro alle comunità umane in ambienti rurali e montani, abbiate il coraggio della verità: solo rimboccandosi le maniche, con il doveroso sostegno delle amministrazioni pubbliche reso possibile dalle tasche dei privati cittadini, sarà possibile competere in maniera sostenibile in un mondo in costante cambiamento, in cui il ritorno della fauna selvatica e di ecosistemi in salute in molte zone del nostro paese rappresenta una sfida ulteriore, ma anche uno dei pochi elementi di speranza.
Perché, che lo vogliamo o no, la nostra sopravvivenza dipende dalla natura, dall’ossigeno che piante ed insignificanti alghe producono, dall’acqua depurata dalle rocce e dalle zone umide, dai medicinali derivate da piante, animali e muffe che salvano migliaia di vite ogni giorno, i tessuti che indossiamo: tutto, in ultima istanza, deriva dalla natura, senza la quale le nostre società e le nostre economie non potrebbero minimamente sostenersi, che ci piaccia o no.
Perché la natura non è un’immagine da cartolina da vendere sui cataloghi turistici: è un insieme complesso di relazioni tra ambiente e specie in cui noi stessi siamo inseriti.

Oreste Caroppo – “PULIRE” IL BOSCO VUOL DIRE UCCIDERLO!
Mi dicono,
A) “Il Corebo [un coleottero xilofago] ha ucciso un bosco di Lecci” in Salento
E come ha mai potuto fare!?
Chiedo allora: “ma uccisi uccisi, seccati completamente e nulla di verde anche ai loro piedi, piazza pulita dunque, tabula rasa?”
Mi rispondono: “Si si”
Io, Oreste: “Ma allora era tenuto pulito?”
A) “Assolutamente, come no, pulitissimo, il proprietario ci teneva tanto e regolarmente faceva pulire?”
Oreste: “Ma pulire da cosa?”
A) “Come “da cosa?”, da tutti i cespugli che uscivano sotto!”
Oreste: “va beh, o meglio va male, il bosco lo avete ucciso voi!
Il Corebo, come il Kermococco, come la Limantria dispar, son si parassiti che possono fare danni evidenti alle leccete, ma essi son nella natura delle leccete; nella natura è il loro ciclo di attacco delle leccete in alcuni boschetti, o tratti di bosco e altri no, di alcuni viali alberati di querce Leccio, con cicli anche di molti anni e poi conseguente arrivo e crescita dei predatori regolatori di tali parassiti, e intanto i Lecci che si rigenerano dove muoion gli esemplari adulti, o da polloni dei medesimi o da plantule dalle loro ghiande che apertisi sprazzi di luce crescono anche più rapidamente dove son morte o defogliate le vecchie alte chiome degli esemplari arborei adulti!
Se voi ‘pulite’, decespugliate, asportate il sottobosco con la fissa del terrore degli incendi, o di un falso concetto di pulito che coincide con povertà di vita e tabula rasa, il bosco lo state condannando, ed è lì e allora che l’ opera naturalissima dei parassiti può arrecare i non voluti danni che voi invece avete predisposto nella vostra innaturalità e mancanza di saggezza scientifico forestale.
I parassiti naturali fan parte della biodiversità anche essi, son da proteggere, e, come il fuoco che può divampare naturale anch’ esso, essi entrano nella dinamica del bosco, creano ambienti variegati non costanti che nel complesso permettono maggiore biodiversità senza cancellare dai territori le specie attaccate.
E poi immagina un territorio tutto con una sola estesa foresta di Lecci adulti dalle alte chiome vicine tra loro, bello certo, ma se fosse così ovunque e fisso sempre come dovrebbe essere nella mentalità di innaturali pseudo-ecologisti per la nostra area mediterranea, che povertà complessiva di specie che questo comporterebbe dato che solo poche specie sciafile, amanti dell’ ombra, vivono nel sottobosco delle leccete!?” 

Corrado Mario Vanella – I Forestali d’Italia dai Piani di Castelluccio di Norcia.
Pasquale Capaldi – Costelluccio al 46, corso monte vettore

David Diani – Mantenendo salve le coltivazioni di lenticchie, mi pare che di rimboschimenti a Faggio sui terreni Non coltivabili (alias “sassicaie”) ne potrebbero essere fatti un bel po’

Antonella Giordanelli – Negli anni ’90 se gli istruttori di volo libero, gli unici autorizzati a transitare sulla sterrata che attraversava i prati d’atterraggio di deltaplani e parapendii, mettevano una gomma fuori della pista, la Forestale implacabile elevava giustissimamente 400mila lire di multa, perché tra fragili lenticchie, commoventi fiori, bisce dal collare, nidi di quaglia anche il piede era indelicato. Raccolsi tra l’erba della Piana di Castelluccio una piccola quaglia, unica sopravvissuta nel nido schiacciato da un’auto. 

Michele Sanvico – CASTELLUCCIO DI NORCIA / “DELTAPLANO”: PICCOLI IMPATTI AMBIENTALI CRESCONO
C’era una volta la bella favola del “Deltaplano”, la costruenda struttura in corso di realizzazione a Castelluccio di Norcia, della quale ci raccontavano, con calda voce suadente, che la sua presenza «a basso impatto ambientale» si sarebbe magicamente collocata «in una logica di rinaturalizzazione del sito e di miglioramento paesaggistico dei prospetti rivolti verso Pian Grande»; e poi – oh, meraviglioso mondo delle favole! – che «l’impatto visivo» di quei prospetti sarebbe stato «contenuto», «incassando i due corpi di fabbrica per adeguarli alle linee del terreno», e anche – mirabile a dirsi! – che «tramite il disegno del sistema strutturale pilastro-trave […] essendo leggermente estradossato rispetto al filo dell’involucro edilizio» si sarebbe determinata «la scomposizione della facciata tramite un ritmo luce-ombra modulato sulla texture dei campi sottostanti» (dalla relazione tecnica diffusa nel Luglio 2017 da Regione Umbria, Ora, il maraviglioso “Deltaplano” non è ancora terminato, ma già oggi è possibile considerarne, con ammirazione e reverenza, come esso vada ad inserirsi, perfettamente e quasi prodigiosamente, nel favoloso scenario naturalistico del Pian Grande.
I fortunati villeggianti che avranno l’ardire di salire il fianco del Monte Vettore lungo il sentiero che conduce al Rifugio Zilioli potranno godere della vista, prima del tutto inesistente, del grande e ardito complesso del “Deltaplano”. Potranno apprezzarne, in tutta la sua fantastica realtà, il contributo alla «rinaturalizzazione del sito», al «miglioramento paesaggistico dei prospetti rivolti verso Pian Grande», al trascurabilissimo «impatto visivo» dell’eccelsa struttura, certamente quasi invisibile tra i fiori e i prati incontaminati dei pendii di Castelluccio.
Potranno gioire, come già oggi è possibile apprezzare nelle immagini, la delicata disposizione dei volumi «per adeguarli alle linee del terreno», con quell’incantevole «sistema strutturale pilastro-trave» il quale così squisitamente si sposa, con gagliardo ardimento, con le dolci curve, disegnate al pennello, del colle di Castelluccio.
Potranno, infine, inebriarsi alla vista del «ritmo luce-ombra» disegnato sui campi incontaminati dalle moderne facciate dei tre corpi di fabbrica del “Deltaplano”, un ritmo che – però qui la favola comincia ad assumere il tono della farsa – nelle parole e nella mente del progettista apparirebbe addirittura «modulato sulla texture dei campi sottostanti».
E a questa frase, signori, io rendo ossequio, e mi fermo.
Questo è il “Deltaplano”, signori miei, e tra non molto, non appena sarà terminato, tutti potranno goderselo pienamente, in tutta la sua affascinante avvenenza: come un bel pezzo di periferia urbana atterrato, di colpo, tra i monti del Pian Grande.
Sull’altro versante SP89, LA STRADA PROVINCIALE CHIUSA DA DUE ANNI CHE STRANGOLA L’ECONOMIA DELLA MONTAGNA NEL POST-TERREMOTO
Una strada provinciale chiusa dal 24 agosto 2016, il giorno del disastroso terremoto di Amatrice. E che ancora, a due anni di distanza da quel giorno, non è stata riaperta al transito. Una strada vitale per l’economia di Montegallo, piccolo comune diffuso del Piceno, anch’esso duramente colpito dal sisma. Ma come è possibile ricominciare se nemmeno un fattore così fondamentale per la ripresa del territorio, come questa indispensabile via di collegamento, è stato mai riattivato? L’asse viario è infatti critico per la sopravvivenza del piccolo comune montano, perché in grado di trasportare verso Montegallo gli importanti flussi turistici che accedono a Castelluccio di Norcia e al Pian Grande. Non è più possibile attendere oltre. Perché, di spopolamento, la montagna muore.

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