CORSI E RICORSI, MASCHI E REMASCHI

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Storia delle leggi sulla caccia del Regno costituzionale d’Italia nei 60 anni antecedenti l’elezione di Mussolini, presidente del consiglio e duce mitizzato di “maschi italici”

La questione della protezione della fauna selvatica alla fine del secolo XIX, era fortemente condizionata dall’assenza di una legge unitaria. Le disposizioni legislative sulla caccia erano ancora quelle vigenti negli antichi Stati Italiani: leggi borboniche, pontificie, toscane, austro-ungariche, napoleoniche etc.; i Comuni, dopo l’unità, avevano reclamato  perché una molteplicità di norme differenti erano portatrici di confusione e contraddizioni, ma gli interessi distinti delle singole province e la scarsa consapevolezza della necessità d’uniformare disposizioni e regolamenti portarono ad una situazione d’emergenza. A ciò si tentò di riparare a fine ‘800 con un’infinità di progetti e proposte, in linea con gli accordi internazionali e il nuovo Codice Penale, che furono presentati al Parlamento con cadenze quasi annuali, ma con esiti negativi. Così, tolta la parentesi dell’accordo con l’Austria-Ungheria per la protezione degli uccelli nel 1893, trascorsero trenta anni pieni di proposte, dibattiti, progetti e disposizioni , ma con un nulla di fatto. “L’Italia nostra, unita politicamente e chiamata a libertà dopo tanti secoli di servaggio e divisione, se ha pensato a promulgare una infinità di leggi (finanziarie specialmente), se ha provvisto ad unificare le varie leggi più essenziali al politico reggimento, non fu invece ugualmente sollecita di provvedere all’unificazione di quelle leggi, che parevano di minore importanza. ”Una legge sulla caccia avrebbe dovuto avere quale fondamento l’utile dell’agricoltura intesa come bene comune. L’utile nazionale non doveva essere infatti in alcun modo subordinato alle consuetudini, che spesso venivano elevate al carattere di diritto dagli amanti della caccia e dagli ignoranti in materia. Ed intanto “il nostro patrimonio venatorio lentamente dileguavasi, la selvaggina perseguitata, distrutta senza modo, senza misura diminuiva in modo impressionante” tanto che nel 1896 l’onorevole Tassi portava alla Camera dei Deputati un progetto di Legge, presto ritirato, che vietava in modo assoluto l’esercizio della caccia fino a che non ci fosse stata la promulgazione della Legge unica! Nel 1904 una apposita Commissione Reale  approfondisce soprattutto le norme volte ad impedire l’ampia e troppo rapida distruzione della selvaggina e per “infrenare certe barbarie, e magari crudeli usanze di caccia, sulla guida di quel sentimento di gentilezza che deve presiedere ai costumi di un popolo civile”.

 

-Nel febbraio 1911, il Ministro di Agricoltura Industria e Commercio, on. Raineri, presentò un progetto dal titolo Provvedimenti per la tutela della selvaggina.  L’obbiettivo era sempre quello di impedire la totale scomparsa della selvaggina dal territorio italiano, ed a ciò lavorarono molti tra scienziati e cacciatori, che diedero al progetto una base scientifica e tecnica, nonché pratica. Mirava a “frenare la distruzione della selvaggina che in Italia si pratica purtroppo senza distinzione di tempo, di luogo e di modo”. L’ennesima mancata discussione in Parlamento “possiamo assicurare, senza esagerazioni di sorta, costituì un nuovo e più forte disastro per l’economia delle specie”. Le difficoltà per riuscire ad ottenere una legge unica erano dovute alla politica priva di consultazione che operavano i 69 Consigli Provinciali, forti della loro facoltà di stabilire i calendari di caccia per ogni provincia, autonomamente dal Governo ed al di fuori di qualsiasi norma o regolamento che avesse carattere generale. Derivava da ciò una vera e propria anarchia organizzativa. Tutto ciò, però, continuava ad essere ignorato o non tenuto in alcun conto dal ceto dei cacciatori, ecco perché il ministro Ranieri cercava di avocare al potere centrale quelle facoltà che fino ad allora erano esclusiva dei Consigli Provinciali. A questi si proponeva di sostituire delle Commissioni Provinciali che avessero a capo una Commissione Centrale. “La parte considerevole che la Legge verrebbe a dare all’elemento biologico rappresenta un importante progresso ed è promessa di ottimi frutti dei quali i cacciatori stessi saranno i primi a godere…”. Le disposizioni relative alla caccia erano da subordinare alla natura dei ”singoli territori ed al loro speciale contenuto zoologico, che non al criterio geografico, poichè in una vasta regione, ed in quelle Italiane specialmente, si possono realizzare le più svariate condizioni fisiografiche, corrispondenti ad altrettanta varietà di esseri viventi”. Il ministro prevedeva anche la costituzione di un Osservatorio Zoologico, il quale continuasse ed estendesse quel lavoro che era stato iniziato dall’Inchiesta Ornitologica, al fine di favorire, come già avveniva in molte nazioni d’Europa, anche per l’Italia una maggior conoscenza e ed una migliore divulgazione degli argomenti riguardanti la fauna. Inoltre veniva affrontata la questione del ripopolamento dei boschi e delle campagne, proponendo la realizzazione di vivai e stazioni di avicoltura dove si potessero anche compiere delle ricerche sperimentali. Infine erano analizzate le condizioni delle foreste inalienabili dello Stato, descrivendo per ognuna, quelli che erano i mezzi migliori (in base ai particolari climi e alle varie conformazioni del territorio) per un efficace ripopolamento. Riguardo poi l’opportunità di una data unica per l’apertura e la chiusura della stagione di caccia, si sottolineava come la diversità delle disposizioni provinciali impedisse agli agenti incaricati del controllo (Carabinieri su tutti), trasferiti di continuo da una provincia all’altra, di avere una conoscenza delle singole disposizioni e dei diversi contenuti. A ciò si accompagnava, inoltre, una perenne semi-ignoranza circa le specie di uccelli, in modo che fosse impossibile distinguere quelle che in un dato luogo e in un dato tempo venivano di volta in volta ritenute utili piuttosto che dannose. Una legge uniforme per tutto il territorio Italiano, che fosse stata allo stesso tempo chiara e semplice e che avesse potuto esser facilmente compresa ed appresa tanto dai cacciatori che dagli agenti preposti alla loro sorveglianza, avrebbe avuto molte più opportunità di essere rispettata. Una legge che continuasse invece ad agire su di un livello prettamente locale, si sarebbe sempre prestata a fraintendimenti di vario genere. Questo stato di cose era ciò che più di ogni altra cosa provocava l’indignazione delle nazioni vicine. Molti di questi paesi erano impegnati, negli anni in cui in Italia si discuteva tanto vanamente, a studiare con ogni mezzo (coi nidi artificiali e con gli allevamenti diretti) la giusta via per aiutare ed accrescere la moltiplicazione della fauna. L’urgenza di una legge unica e ben fatta, che fosse in grado di rispettare le disposizioni delle nazioni confinanti, doveva, entro breve, farsi sentire come assolutamente impellente. “Infine sommamente importa di fare cessare i lamenti e le poco benevole espressioni, che in proposito ci sono di continuo rivolte dai giornali d’Austria-Ungheria, di Germania, di Svezia ed anche di Francia”Ogni indugio ad aderire formalmente almeno alla Convenzione Europea del 19 marzo 1902, avrebbe lasciato dubitare “ad una tacita opposizione per parte del Governo del Re”, visto che trent’anni prima era stato firmato un accordo internazionale con l’Austria-Ungheria senza che si fosse prima provveduto a regolare la legislazione interna. Quando non si partecipava alle iniziative internazionali, dunque, si continuava con dissimulato imbarazzo ad invocare l’assenza di una legge nazionale.

-Nel frattempo le proposte per la nuova legge continuavano incessanti, e tra queste ci fu quella dell’onorevole De Capitani d’Arzago, Ministro per l’Agricoltura. Egli presentò il suo disegno nel febbraio del 1922, col nome di Provvedimenti per la protezione della selvaggina e l’esercizio della caccia. Con esso si stabiliva che tutte le proprietà del Demanio forestale dovevano essere considerate quali bandite di rifugio e di ripopolamento della selvaggina stanziale e che ogni provincia avrebbe dovuto avere la sua zona di rifugio.
Inoltre si disciplinava la costituzione di riserve di caccia, si vietava la caccia con qualsiasi mezzo nelle bandite, “salva la facoltà del Ministro per l’Agricoltura di permettere in via eccezionale e sotto determinate condizioni, catture di selvaggina a scopo di ripopolamento di altre terre e di protezione delle colture ed anche per destinazione al pubblico consumo”, si stabilivano i mezzi che potevano essere usati per la caccia e per l’uccellagione, proibendo assolutamente quelli che fossero essenzialmente distruttivi ed insidiosi, si stabiliva un unico periodo ordinario di esercizio della caccia per tutto il Regno e si comminava la pena del carcere per le infrazioni più gravi alle norme contenute nel disegno di legge. Nella Gazzetta Ufficiale del 9 luglio 1923 venne pubblicata la legge n. 1420 del precedente 24 giugno: prima legge unitaria sull’argomento, essa andava sotto la dicitura di Provvedimenti per la protezione della selvaggina e l’esercizio della caccia, e istituiva un registro delle associazioni dei cacciatori presso il Ministero di agricoltura. Il dibattito poteva dirsi in parte concluso, o, perlomeno, poteva ora continuare senza dover assistere all’inciviltà di una serie di disposizioni arretrate e gonfie di interessi personali che isolavano il nostro paese da uno dei pochi contesti in cui i paesi europei furono uniti.

Cronaca delle leggi sulla caccia della Repubblica parlamentare italiana nei 6 mesi seguenti alla nomina di Renzi, presidente del consiglio e politicante toscano del partito di Remaschi:

Uso autorizzato di richiami vivi (e conseguente apertura procedura d’infrazione UE n.2006/2014), attività venatoria permessa anche sulla neve,  aumentato il numero di proiettili consentiti in canna, mancata abrogazione dell’art. 842 cod. civ.(libero accesso ai cacciatori nelle proprietà private), caccia aperta alle specie alloctone, delega alla discrezionalità degli enti locali per la tutela della fauna protetta da protocolli internazionali,  abolizione di province e polizie, eliminato il ruolo dei direttori di parco, cancellato il Corpo Forestale dello Stato.

A questo ritmo involutivo, entro il decennio, del patrimonio dello Stato costituito dalla fauna selvatica disporranno liberamente squadracce di bravi agli ordini di feudatari… e dobbiamo assistere all’inciviltà di una serie di disposizioni arretrate e gonfie di interessi personali che isolano il nostro paese da uno dei pochi contesti in cui i paesi europei sono uniti.

fonte:  http://www.migratoria.it/storia-dei-primi-tentativi-di-legge-unitaria-sulla-caccia/

Antonella Giordanelli

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One thought on “CORSI E RICORSI, MASCHI E REMASCHI

  1. linda douthwaite 15 marzo 2016 / 14:32

    Un fermo no alla legge Remaschi e alla caccia.

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